Associazione Culturale VELEURA

Presidente Litti Sivori - Vice Presidente Giorgio Raggio - Segretario Enzo Bacigalupo

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Storia e mito

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Il culto delle vette nella preistoria ligure
I quarantamila graffiti del Monte Bego parlano chiaro.
I primitivi pastori e agricoltori scolpivano sulle rocce di questo monte le loro preghiere e i loro ringraziamenti. Ed erano preghiere tutte rivolte alla montagna, quale inità protettrice.
Lo attestano anche i ritrovamenti effettuati sulle vette di altre montagne liguri quali il Monte Alfeo, dove fu trovata una statuetta in bronzo. Il culto delle vette era la conseguenza logica delle vicissitudini di un popolo per il quale i pericoli venivano soprattutto dal mare che innumerevoli volte aveva sommerso le sue vallate costringendolo sulle alture.

Panorama geografico ligure nel ciclo eneolitico
Dopo la regressione dei ghiacci, giunti sino alle Alpi, ed il conseguente raddolcimento del clima, la Liguria è coperta da immense foreste.
Sull'Appennino, la presenza umana è fitta in molte grotte. Nelle corte valli paludose scorrono torrenti impetuosi. Il livello del mare s'è alzato di 40 metri. L'uomo, abbandonate le caverne costiere, vive ora anche in valle Argentina, in val di Nervia, in val Roja e al ponte di Vara.
La natura s'acquieta. L'uomo ligure ha armi migliori per combattere le belve già in parte sconfitte. Ha assoggettato i primi animali domestici e enta pastore. Ma la Liguria è terra magra, impregnata di salsedine, scarsa e avara. Il bisogno di nuovi pascoli lo induce a muoversi e a prendere contatto con altre popolazioni. Si promuovono i primi scambi e nasce il commercio della ceramica, industria già fiorente, della lana e di vari tessuti.
Col legno delle montagne, trasportato per impervi sentieri a dorso d'asino e di mulo, vengono costruite le capanne e i primi villaggi neolitici, nelle Langhe e in val Tanaro.
Attraverso questi sentieri che correvano sulle creste delle montagne o sul fondo delle strette valli, spessissimo lungo i torrenti, perché mai venisse a mancare l'acqua durante i lunghi viaggi, sarà portata dal golfo padano, fin sulla costa ligure, la civiltà di Golasecca.

Gli Ambri (Ambrones)
Nell'VIII secolo a.C., calarono dal nord gli Ambri, provenienti, come afferma Avieno (IV sec. d.C., Ona maritima) ¹ , dalle isole «dove l'aria è agghiacciata», trovando degli indigeni in «luoghi irti di boscaglie e con rupi a picco e monti minacciosi che toccano il cielo».
Data la configurazione geografica del vasto territorio occupato, è presumibile che l'unità etnica creatasi dalla fusione fra indigeni ed Ambri abbia generato varie tribù, differenziatesi in seguito per ersi apporti di ulteriori migrazioni.
La calata degli Ambri fu importantissima per il commercio ligure non ancora pienamente sviluppato. Gli Ambri, infatti, portarono con sé l'ambra, che era ritenuta più preziosa dell'oro anche al successivo tempo dei Romani. E l'ambra enne una delle principali merci di scambio per i Liguri.

Geografia politica
ZOOM Nel VI sec. a.C., la regione abitata dai liguri si stendeva dall'Arno ai pirenei.
Da Capo Mesco a portofino si trovavano i Tigulli, a monte dei quali erano stanziati i Velei (lat. Veleiates o Veliates). Dire con precisione quali territori fossero occupati dalle varie tribù, Tigulli, Veleiati, Briniati o Friniati, è impresa ardua, anche perché spesso esse si mescolavano l'una con l'altra.
Nella zona che soprattutto ci interessa, quella cioè che da Sestri Levante giunge a Capo Mesco e nell'interno comprende la valle del Vara, abbiamo erse tribù imparentate.
I Velei, ad esempio, si erano stanziati originariamente nella palude padana, dove ora sorgono parma e piacenza, e convivevano con i Galli Boi o almeno coi loro progenitori. Alcuni gruppi di queste popolazioni discesero verso le creste appenniniche strettamente liguri. Gruppi di Boi si stanziarono alle sorgenti del Vara (Boron) e ne discesero il corso imparentandosi con la tribù dei Briniati, probabilmente di origine veleiate. Sono supposizioni basate su alcuni toponimi di origine celtica (per i Boi) e Veleia (per i Briniati).
È altresì probabile che i Tigulli, abitanti della costa, si siano spinti anche nell'interno, intrecciando relazioni coi suddetti popoli. Ed infine giunsero anche uomini dal mare.

Il sale
Sembra che i primi uomini a raggiungere le coste liguri fossero i Fenici ed in seguito i Focesi (che, tra l'altro, furono i fondatori di Marsiglia). La palma è, per il momento, concessa ai Fenici (Cananei) in quanto furono i più grandi navigatori dell'antichità.
Quando, partendo dalla loro patria, diressero le prore verso le coste liguri, scoprirono Korsai (Kumos o Kyrnos per i Focesi), l'odierna  Corsica  e naturalmente la colonizzarono. Scoprirono anche che  Kyrnos  era ricchissima di salgemma e, conoscendo perfettamente il valore del bianco minerale, ne avviarono il commercio. Dalla Corsica la portarono sulla costa ligure, e di qui la spedirono verso la pianura del po.
Ma dal VII o VI sec. a.C. altri commercianti iniziarono a battere le acque del mar Ligure: i Focesi. E se i Fenici erano più abili come navigatori, i Focesi erano più abili come commercianti. Infatti, dopo la distruzione di Focea, quando essi dovettero emigrare in massa, fondarono colonie su tutta la costa ligure e corsa. Intrapresero il commercio del sale su scala industriale ed in poco tempo tolsero ai Fenici la palma del commercio. Così si apre per la Liguria il capitolo del sale.
Le stesse piste che erano servite per il trasporto del legname, della lana e dell'ambra, e quasi certamente del rame (non possiamo tacere del sito mineralogico di Libiola e di  Monte Loreto ), furono senz'altro usate dai Focesi che, sulle orme dei Fenici, speano l'oro bianco delle montagne nelle valli al di là del po. per prima cosa avevano costruito depositi in Corsica chiamandoli BASTIA (che trae origine dalla radice indo-europea BADH - BADT - BAST che significa «legare, riunire», da cui il greco BASTàzein, sostenere [bastazein]); presso uno di essi (dove oggi si trova appunto Bastia) fiorì il mercato del sale, chiamato BASTERGA, poi BASTELICA. Di qui veniva inviato per nave sulla costa ligure dove, in attesa di essere trasportato nella pianura padana, veniva ammucchiato in depositi. Queste  bastia erano costruiti lungo le vie che portavano al po, spesso nell'interno, al culmine delle strette valli, per salvaguardarli dagli assalti dei pirati che spesso assalivano depredandole le città costiere, ma che non osavano avventurarsi nell'interno.
Troviamo così dei bastia in villaggi della lunigiana, in val d'Arroscia, a Garbagna, a pontremoli e probabilmente in (V)Asca, alle sorgenti del petronio. Insomma, erano dislocati in tutto l'entroterra, lungo le principali vie di comunicazione.

Velva, deposito di sale Focese?
[Kyrnos (Corsica) - Ska-sar (Casarza) - Veleura (Velva) - Boron (Varese?) - parma: via salaria preromana?]

Nel 109 a.C., la via Aurelia terminava a portus Lunae. Quando i romani riuscirono a vincere le ultime resistenze dei Liguri Apuani, spedendone 46.000 famiglie nel sud, poterono proseguire la costruzione della strada.
Dal punto di confluenza del Vara in Magra, l'Aurelia correva sul fondo delle valli e sulle creste dei monti, verso l'etrusca Genova.
Stando a quanto dice Tito Livio, la destra del Magra era difesa dai Liguri Briniati che stanziavano sul Vara. Inoltre, quella giogaia di monti che si vedono sulla sinistra del Vara era l'antica sede dei Liguri Orientali. E a questo punto Tito Livio fa un'affermazione importantissima: i Briniati avevano la loro antichissima strada di comunicazione che dal confluente del Vara in Magra, salendo fino alla pietra di Vasca, li conduceva nel cuore della Liguria.
Dunque, i Romani poterono continuare la via Aurelia da  portus Lunae (Luni) fino a  Boron (Varese?), in Vasca, a  MoniliaSolaria (?), Ricina (Recco), Zenna (Genova) e Figlinas (Fegino).
Che l'Aurelia transitasse lungo il Vara e dietro i monti della Spezia, se non bastasse a confermarlo la  tavola peutingeriana , lo assicura Mons. Giustiniani nei suoi "Annali della Repubblica di Genova", tomo I:
«pignon, villa di sessanta fuochi dalla quale piglia la denominazione una chiesa sulla strada Romea...».
ZOOM Da  Boron (Varese?), l'Aurelia saliva sempre fino in Vasca, dalle cui orride creste i Romani scoprirono di nuovo il mare coi golfi di Deiva e Moneglia. Dall'Alpe pennino, la strada Romea scendeva, da una parte a Monilia (Moneglia) su strada di costruzione originale romana, dall'altra precipitava alle sorgenti del petronio su strada ligure e di qui, costeggiando il torrente, giungeva a Casarza, l'antica colonia focese Kas'als, posta di fronte all'isoletta di Segesta Tigulliorum e vicinissima a Trigosa.
La strada ligure, che da Vasca conduce nell'entroterra, portava sicuramente a Varesine (l'antica Boron?), da dove saliva al valico delle Cento Croci e poi scendeva al Taro, verso parma.
La tesi che l'antica strada ligure non scendesse a Monilia ma a Casarza è basata sul fatto che, da studi toponomastici condotti insieme all'indimenticato prof. Giulio Miscosi, Kas'als (Casarza) risulta molto più antica di Monilia e che, dovendo andare a piedi o a cavallo dalla costa fino al crocevia di Vasca, è molto più agevole costeggiare il petronio.
Casarza è antichissima colonia Focese, come risulterebbe dal nome composto dalle radici indo-europee SKA e SAR, in greco KASA e ALS, dalle quali si può evincere il significato di "casa del sale" e, per estensione, "porto del sale".
Il mare doveva lambirne le case e poiché di fronte, vicinissime, aveva le isole di Segesta e di punta Manara, doveva essere un approdo molto ben riparato ² .
Ora, mettendo in relazione l'esistenza di Kas'als, di una antichissima via di comunicazione ligure e l'esistenza di un fiorentissimo commercio di sale da parte dei Focesi, si può dedurre che ci potremmo trovare in presenza di una via salaria.
Manca, a dimostrarlo, l'esistenza di vestigia di un deposito di sale. I depositi di sale, come già detto, i Focesi li costruivano spesso all'interno delle valli. Nel nostro caso specifico, fra Casarza e Velva, l'unico luogo dove si poteva costruire un "bastia" era alle sorgenti del petronio, proprio ai piedi della pietra di Vasca, sulla cui cresta si incrociavano importanti vie di comunicazione. Senza dimenticare che, in questi luoghi, la soma dell'asino o del mulo viene ancor oggi chiamata bastu.
E ancora: la località immediatamente sotto il borgo antico di Velva viene chiamata «Sarciu», toponimo che si fonda sulla radice indoeuropea «SAR», che indica un «movimento» d'acqua, che si ritrova per esempio nel sanscrito «sar-ati (scorre|re|), e che gli antichi usavano per indicare più propriamente l'acqua salata e, quindi, il «sale» che se ne ricava. La stessa radice che troviamo nel greco ALS (sale) e nel latino SAL (sale). Ma, forse, è più appropriato far discendere il toponimo dal greco EX-ARTYO (EXARTUO), che significa munisco, fortifico ( vedi tabella etimologica ).

La pietra di Vasca (Alpe pennino?)
ZOOM - la pietra di Vasca vista da Velva Vasca doveva essere un luogo conosciuto e abitato fin da tempi remoti. È infatti una zona ricchissima d'acqua, come dimostrerebbe il suo nome, derivato dal suffisso ligure arcaico ASCA o ASCO che indica appunto un "luogo con acqua" ³ (la stessa radice si evidenzia anche per FR-ASCA-RESE e MOR-ASCA [ vedi tabella etimologica ]). E, come tutti i luoghi ricchi d'acqua, si prestava particolarmente per la nascita di un villaggio.
ZOOM - La pietra di Vasca vista dal mare Difficile stabilire con certezza da quale tribù fosse abitata. potevano essere Boi del Vara, o Briniati o, forse, Velei.
per avere qualche indicazione, si può provare a studiare i toponimi, ma l'unico che al momento presenta qualche interesse è il toponimo "Velva". Sappiamo che, nel Medioevo, Velva era chiamata Veleura, ma da cosa derivi precisamente questo nome non si sa. Sono state fatte erse ipotesi. Una delle più attendibili è quella che collega il toponimo medievale veleura con il vocabolo buelabras della Tavola Veleiate. Un'altra è che si tratti di un vocabolo di origine focese nella cui lingua esiste un ELEA che ha un corrispondente, in lingua marsico-osca e in lingua veleia, in VELIA o VELEIA. In tutti questi idiomi il vocabolo ha significato di "fonte" e si adatterebbe perfettamente al luogo ricchissimo di sorgenti. Ma come può "Velia" o "Veleia" trasformarsi prima in "Veleura" e poi in "Velva"? da veleura a velva il passo è abbastanza naturale, ma da velia a veleura?  Una ipotesi .

Il Medioevo
Gli abitanti di Velva, chiamati quasi sempre "de Veleura", nel secolo XIII si trovano in buon numero a negoziare in Genova.
Non si hanno comunque notizie documentate di Velva fino al 1451, anno in cui si fa menzione della Chiesa di San Martino.
Il 3 novembre 1502 prete Bartolo paganini, Rettore di Velva, insieme con l'arciprete di Castiglione e i Rettori di Castello, Missano e Frascati, componenti il piviere, rendono omaggio a Lorenzo Fieschi, Vescovo eletto di Brugnato.
Nel 1519 Matteo de Carrociis, Rettore di Velva, è presente all'atto di permuta di parrocchie tra l'Arcivescovo di Genova ed il Vescovo di Brugnato. Con questo atto Velva passò alla diocesi genovese e vi rimase fino al 1892, anno in cui fu elencata fra le parrocchie costituenti la nuova diocesi di Chiavari. [...]

Approfondimenti:
Associazione culturale VELEURA - via alla Chiesa 80, Velva (Fraz. Castiglione Chiavarese, GE) - CF  90049500102
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