I Liguri La maggior parte degli etnografi considerano come un fatto acquisito che i primi abitatori della nostra penisola, di cui ci siano pervenute tracce più o meno sicure, appartenessero a diversi tipi fra cui erano preminenti il tipo Uralo-altaico o turanico e quello iberico, non tenendo conto di frazioni minori di altre stirpi di cui esistono scarse tracce benché nelle varie regioni abbondino prove incontestabili della loro esistenza. I primi (turanici) ci hanno lasciato documenti della loro presenza e fino ad un certo punto della loro civiltà o, piuttosto, relativa barbarie nelle caverne ossifere sparse nell'intera penisola e nelle isole, soprattutto nelle abitazioni lacustri dell'età della pietra e negli strati inferiori delle terramare. Ma scomparvero dinanzi alle immigrazioni ariane delle genti italiche e, in piccola parte, anche celtiche, germaniche e slave che li espulsero, distrussero o assimilarono.
I secondi, invece, rappresentati principalmente dai Liguri, per i quali non si sono scoperte finora tracce sicure di costruzioni lacustri, né di terramare, coesistettero nella penisola con le popolazioni turaniche; e benché successivamente quasi ridotti in un territorio sempre più ristretto, vi si mantennero indipendenti nei confronti degli invasori ariani per molti secoli, resistendo fino agli ultimi tempi della repubblica romana. Le memorie storiche e tradizionali non riconoscono popoli abitatori della penisola anteriori a Liguri, Sicani e Siculi; di questi ultimi, però, non è accertata l'origine iberica.
I Sicani erano popoli di stirpe incontestabilmente iberica, non avendo alcun significato etnografico l'opinione che fossero autoctoni nella nostra penisola in cui sono rimaste tracce della loro presenza. Prima della loro venuta in Italia abitavano sulle coste occidentali dell'Iberia (att. Spagna) sul fiume Sicano (ora Xucar, dove possedevano una città chiamata Sicana, da cui vennero espulsi dai Liguri usciti dal bacino del Betis (ora Guadalquivir). Quindi li ritroviamo in Italia dove la loro presenza nel Lazio e in altre regioni della penisola è attestata da scrittori degni di fede che ci informano come ne vennero espulsi dai Siculi e obbligati a passare nell'isola di Trinakia (Sicilia), a cui diedero il nome di Sicania. Rispetto alla cronologia di questi avvenimenti non si possono proporre date più o meno precise: ma la presenza stanziale dei Sicani nella Trinakia, nel secolo XIV e XIII a.C., è attestata da monumenti egizi contemporanei e da Diodoro Siculo che narra come, nell'età di Minosse di Creta (secolo XIV - XIII a.C.) vi possedevano case e città, correvano il mare come corsari col nome di "shakalasch" e invadevano le province egiziane inferiori, alleati a Libi e Rebu. La loro venuta in Italia e la partenza violenta dall'Iberia si dovrebbero collocare fra i secoli XX - XV prima dell'era volgare, benché si ignorino completamente i principali particolari cronologici e storici del loro esodo dalle sponde dello Xucar all'isola di Sicilia.
Ma il soggiorno dei Sicani nell'isola non fu tutto rose e fiori: dovettero dividere la dominazione coi Siculi che avevano cominciato a passarvi nel XIII secolo, secondo gli uni (Filisto di Siracusa ed Ellanico di Lesbo), o non più tardi dell'XI, secondo altri (Tucidide).
I Liguri, nel continente, ebbero un'azione assolutamente più estesa ed efficace.
A formarci un concetto vicino al vero della potenza e dell'estensione dei Liguri nell'Occidente antico, dove hanno lasciato documenti sicuri della loro dominazione, sarà utile anzi tutto distinguere, nei vari periodi della loro esistenza, i limiti geografici dai confini politici della Liguria. È un'osservazione preliminare di capitale importanza senza la quale si rischierebbe di cadere in deduzioni del tutto erronee.
La Liguria, IX provincia d'Italia nella divisione di Augusto, superava i 25000 Km2 estendendosi sul Mediterraneo dal Varo alla Magra e, nel continente, dalle Alpi marittime e forse dalle Cozie alla Trebbia, al Panaro sulla destra del Po, ed abbracciava la zona di Nizza, ora appartenente alla Francia, le province di Imperia, Genova, Massa e Carrara, Alessandria, Cuneo e la parte di quelle di Torino e Pila situate sulla destra del Po. Né mancavano sulla riva sinistra del fiume popolazioni di origine essenzialmente ligure, ma assegnate da Augusto alla Gallia transpadana occidentale, perché vi erano divenuti prevalenti popoli di sangue celtico, dal Ticino alle Alpi Cozie, pur rimanendo ligure il nucleo della popolazione soprattutto nelle campagne.
Questi limiti della Liguria di Augusto sono però ancora molto lontani dal rappresentare tutta 1'estensione geografica di una nazione costituita da innumerevoli tribù che, ancora nel IX secolo a. C., era nell'opinione dei Greci la vera rappresentante dell'Occidente, come gli Sciti lo erano del Settentrione e gli Etiopi del Sud [1]; mentre all'inizio dell'era volgare era talmente decaduta sotto ogni aspetto che Strabone, nella sua geografia, non crede neppure valga la pena di occuparsene e se ne sbriga con poche parole.
I primi scrittori che fecero menzione dei Liguri furono i Greci, i quali ne ebbero vaghe notizie dai Fenici (o Cananei) che fino al secolo VIII a. C. navigavano, quasi esclusivamente per ragioni di commercio, nel bacino occidentale del Mediterraneo, tranne che nel Tirreno dove prevalevano gli Etruschi, fatta eccezione per Cuma, la sola colonia greca in quel tratto di mare che sostenesse il nome ellenico fin dal secolo XI. Ma quelle informazioni non erano degne di fede nei particolari, perché Fenici e Peni, per gelosie di commercio, spargevano su quel tratto di mare falsi e spaventosi racconti di mostri marini, torrenti di fuoco, luoghi innavigabili e altre favole per tenerne lontani i Greci, ricorrendo anche alla violenza contro quelli che osavano dirigervi le loro navi fino ad assalirle pur di tener nascosti i loro viaggi ed esclusivi i loro commerci. Più tardi, nel VII e VI secolo a. C., Focesi e Samioti aprirono relazioni commerciali con gli abitanti delle coste dell'Iberia orientale e della Gallia meridionale che erano quasi tutti Iberi e Liguri, senza però riportarne informazioni circostanziate e importanti; informazioni che non si ebbero con qualche sicurezza prima del III e II secolo a. C., per opera dei Romani, dopo la terza guerra punica nella metà del II sec.
Esiodo, IX secolo, che per primo fa menzione dei Liguri, dà loro il nome di Libuas, che i più leggono Liguas e Ligoas, e li considera come la principale nazione dell'Occidente. Eschilo, nel Prometeo, colloca i Liguri nell'attuale Provenza nel secolo XIV a.C., e loda come intrepido il loro esercito che Ercole riuscì a superare soltanto con l'aiuto degli dei. Erodoto (V sec. a. C.), nell'Iberia meridionale, non conosce che Cineti o Cinesi, creduti di origine africana e, sulla costa orientale, Iberi e Liguri (Ligues). Sempre Erodoto pone i Celti ancora ad occidente dei Cinesi, ricordandone una sola città nell'entroterra.
Ecateo (V - VI secolo a. C.), geografo tenuto in grande considerazione dagli antichi ed anteriore a Erodoto, ricorda la città di Sicana nell'Iberia; e, sulle sponde orientali dell'Iberia e su quelle meridionali della Gallia fino alla Tirrenia in Italia, non vede che Liguri ed Alberi, collocando sempre i primi sulla costa, dove pone la Ligistica o Ligustica: dice Massalia città della Ligustica vicino alla Celtica, non nella Celtica, e Timeo lo conferma con le stesse parole.
Sofocle nomina la Ligustica fra le contrade dell'Occidente visitate da Trittolemo, ed Euripide dà a Circe l'appellativo di Ligustica.
Antichi scrittori, tra cui Stefano di Bisanzio, ricordano una città Ligustica nel bacino del Guadalquivir, non lontano dal fiume Tartesso (Betis o Guadalquivir), il quale secondo Avieno esce dal lago ligustico, cioè lo attraversa. Ed è appunto dal bacino di questo fiume che pare siano partiti i Liguri, pressati da Sud e da occidente da altri popoli, per gettarsi sui Sicani, situati sul fiume Sicano (Xucar dei moderni e Sacro dei Latini); il Sicano sfocia nel Mediterraneo a sud di Valenza, ben 150 chilometri dalla foce dell'Ebro, a circa due terzi della costa orientale della Spagna a sud dei Pirenei orientali. Questo fatto che, rispetto all'espulsione dei Sicani, è attestato in termini chiarissimi da Tucidide e da altri scrittori, afferma in modo deciso la presenza dei Liguri, se non nell'interno, certamente sulle coste orientali della Spagna meridionale in età antichissima che alcuni fanno risalire addirittura al XX secolo a. C., ma non certamente dopo il XVI.
Sciano da Chio, ritenuto autore di una descrizione della Terra, e prima di lui Timeo, scrisse che la colonia greca di Emporiae (ora Ampurias) in Spagna era stata fondata nel paese dei Liguri da coloni massilioti; il che lascia credere che, nei tempi immediatamente successivi alla vittoria sui Sicani, i Liguri siano avanzati dal fiume Sicano verso Nord lungo la costa di cui successivamente abbandonarono una parte, fino ad Emporiae, agli Iberi coi quali contemporaneamente coesistevano da lungo tempo da Emporiae al Rodano.
Eratostene, che riunì nella sua geografia le principali notizie conosciute nel suo secolo (III a. C.), nell'accennare alle tre grandi penisole del Mediterraneo, dopo l'ellenica e l'italica nomina come terza la ligustica che diceva estendersi fino alle colonne d'Ercole, osservando anche che il mare ad occidente della Gallia fu chiamato ligustico per il fatto che le sponde meridionali della Gallia stessa furono anticamente occupate dai Liguri, indicati generalmente come i primi abitatori storici e popolo prevalente in quella regione prima dei Celti.
Allo stato attuale della scienza, è superfluo osservare che la scienza non accetta simili indicazioni geografiche senza beneficio di inventario e che molte di esse sono contraddette dagli studiosi moderni e a volte anche dagli antichi stessi. Ma non è meno vero che, fatte le debite riserve, sono utili per farci conoscere quali erano le cognizioni correnti e a fornirci una relativa certezza almeno nelle linee generali che in cose così lontane nel tempo è tutto quello che ragionevolmente possiamo pretendere; dunque, quelle opinioni, spogliate della parte evidentemente favolosa, non potevano mancare di qualche fondamento di verità.
Nel IV secolo a. C., il pseudo-Scilace di Cariandia non trova sulla costa gallispana, da Emporiae al Rodano, che Liguri mescolati ad Iberi che coesistevano pacificamente come popoli della stessa stirpe; ma a Est del Rodano fino alla Tirrenia non vede che Liguri schietti. Afferma che Massalia (Marsiglia) era stata fondata nella Ligustica e che i Celti non avevano ancora sedi sulla costa.
Il pseudo-Aristotele pone i Liguri tra gli Iberi e i Tirreni con lo stesso significato geografico, apportando anche alcuni particolari sui primi.
Nel secondo secolo a. C., afferma Polibio, dalla foce dell'Arno a quella del Rodano si navigava per cinque giorni lungo il paese abitato dai Liguri, ragion per cui tutto quel tratto di mare si chiamava ligustico; e sul continente abitavano nei dintorni di Marsiglia, fondata nel sesto secolo nel territorio dei Liguri che si estendeva ad oriente fino ai piedi degli Appennini ed all'Arno. Ma, avanzando ed espandendosi continuamente le conquiste dei Celti nella Gallia meridionale e occidentale, gli Iberi ne vennero ricacciati ed inseguiti entro i confini naturali della loro penisola, mentre i Liguri furono cacciati dalle coste settentrionali dell'Iberia e da quelle meridionali della Gallia, anche a Est del Rodano dove li troviamo comunque mescolati coi Celti col nome di Celto-Liguri. Molte tribù liguri, comunque, mantennero la propria autonomia e indipendenza soprattutto sulla costa fino alla dominazione romana nella seconda metà del secondo secolo a. C. Le principali erano quelle degli Oxibii e dei Deceati, Liguri schietti, contro i quali poco o nulla poterono i Celti; e furono essi appunto che, a motivo delle loro perpetue ostilità contro Massalia, provocarono la prima guerra di Roma contro i Liguri transalpini. La scienza non è in condizioni di indicare nei particolari l'ordine cronologico e geografico della presenza dei Liguri nell'interno della Spagna, della loro prevalenza e successiva decadenza sulle coste orientali dell'Iberia, su quelle meridionali della Gallia, su quelle occidentali della nostra penisola e nella valle superiore del Po: ma questo si può però affermare: che nel IV e III secolo a. C. erano ancora prevalenti in tutta la Gallia meridionale e che nel XIV e XIII una frazione di quel popolo era già stabilita nel Lazio, proprio nell'area di Roma; per cui parrebbe conclusione abbastanza ragionevole proporre una data anteriore al XVI secolo come inizio delle loro conquiste politiche sui Sicani nell'Iberia e al loro successivo espandersi lungo le coste del Mediterraneo fino all'Arno ed al Tevere in Italia.
La prevalenza e la successiva decadenza dei Liguri nelle regioni appena citate non è seriamente contestabile, ma sembra troppo ristretta nei suoi limiti geografici a molti studiosi che si sono occupati in modo particolare di quella nazione; fra gli altri Hubert D'Arbois de Jubainville. Interpretando largamente, non sempre con rigorosa critica, alcuni versi di Festo Avieno, in cui il poeta dice che i Liguri, perseguitati da altri popoli, si rifugiarono in luoghi dirupati, che con le cime nevose arrivavano fino al cielo e dai quali, dopo esservisi stabiliti per un certo tempo, discesero sulle coste, egli vuole che questo indichi essere stati i Liguri cacciati nelle regioni a Nord dei Pirenei fino al Mare del Nord e nella Gallia occidentale sull'Atlantico. E, quantunque egli stesso non ne trovi altro cenno negli antichi scrittori, crede però che di là li snidassero i Celti, respingendoli nuovamente nelle Alpi marittime. E poiché gli sembrava che ostacolasse la sua interpretazione d'Avieno il fatto che montagne altissime e nevose non esistono nel paese dal Golfo di Biscaglia al mare del Nord, suppone che quella sia una descrizione puramente poetica aggiunta da Avieno; supposizione sembra assolutamente gratuita e contraria alle indicazioni e alle tradizioni storiche che non collocano i Liguri in altri luoghi montuosi e dirupati che nelle Alpi marittime e, sulla costa, dal fiume Sicano (Xucar) al Tevere in tempi protostorici, e negli storici da Emporiium nella Spagna al Lazio in Italia.
Avieno, poeta del IV secolo, in quel suo poemetto è molto confuso e salta da una regione all'altra spesso fra loro lontanissime. E quantunque alcuni credano che egli affermi che in quel suo lavoro si sia avvalso essenzialmente del "periplo" del cartaginese Imilcone, che nel VI e V secolo a.C. fu mandato dalla Repubblica ad esplorare le coste occidentali dell'Europa con una flotta, e di avere attinto le sue notizie da libri e annali punici; di questo però Avieno non porta prova a sostegno. Il Mullenhoff non crede alle affermazioni di Avieno: questa opinione, dunque, non esce dai termini delle congetture che sono troppo diverse dalla verità storica, benché in alcune indicazioni si avvicini al "periplo" di Scilace e a Dionisio Perigete (geografo del II secolo d.C.). Anche Avieno, che spesso appare in quel suo scritto più poeta che storico, quando varca i confini visitati dei mercanti greci, si abbandona ad ipotesi il cui esame non può condurre che a risultati negativi, o tutt'al più estremamente incerti, soprattutto se si tratta di paesi mediterranei; perché quei navigatori si tennero esclusivamente sulle coste. È poi opinione generale dei critici che, tranne le notizie dei Greci e dei Romani che riguardano gli ultimi secoli a.C., le notizie sull'Atlantico oltre l'Iberia e il Golfo di Biscaglia si devono considerare piene di favole e leggende, sparse ad arte dai navigatori fenici e cartaginesi per ragioni commerciali. Anche Lagneau, autore di una memoria speciale sui Liguri, propende a trovarne non solo nell'interno della Gallia sulla Loira o Ligeris, da cui crede abbiano derivato il nome, ma su tutta la costa, da Bayonne al mare del Nord, e perfino nelle isole Sorlinghe; anch'egli si appoggia ad Avieno, ma non sembra più sicuro di D'Arbois nelle sue conclusioni. Non mancano certamente nella Gallia antica nomi di luoghi analoghi ad altri della Liguria e della Spagna: ma evidentemente non bastano a provarne l'origine primitiva e a stabilire quale dei tre popoli li ricevesse dall'altro. Le analogie innegabili in alcuni caratteri fisici e morali dei Siluri di Tacito, dei Gallesi e Gaeli di Scozia e d'Irlanda, dei Loegrini e dei Basso-Bretoni nell'antica Armorica, analogie che si trovano con la descrizione degli antichi Liguri, non valgono a provare la presenza dei Liguri nella Gallia occidentale, e nemmeno che i Loegrini fossero discendenti degli antichi Liguri nell'Inghilterra. Gli antichi accennano all'origine iberica dei Siluri ed alla possibile estensione delle genti iberiche fino alla Bretagna, il che troverebbe qualche argomento generico in appoggio nella somiglianza dei caratteri esteriori fisici di qualche frazione della popolazione di alcune regioni di quei paesi: ma argomenti accettabili della presenza e tanto meno della dominazione dei Liguri in quelle regioni mancano assolutamente; e la sola autorità di Avieno non sarebbe sufficiente a provarlo quand'anche lo avesse affermato chiaramente nel suo poema, ciò che non pare.
Rispetto ai possedimenti Liguri in Italia occorre procedere con i dovuti riguardi, non collocandoli che in quelle regioni nelle quali scrittori e tradizioni affermano concordi che veramente vi dominarono ab antico, o vi si mantennero più o meno puri anche nelle età successive. Del fatto che i Liguri fossero stanziati in varie parti dell'Italia centrale e specialmente nel Lazio abbondano argomenti sicuri e sappiano che ne furono espulsi con le armi dagli Italo-Greci (Aborigeni e Pelasgi) verso il secolo XIV a. C.; al che non sarà inutile aggiungere le osservazioni di Filisto, il quale afferma che i popoli, passati dal continente italico nella Sicania, espulsi dagli Umbri e dai Pelasgi, non erano Siculi, ma Liguri sotto il regno di Italo, figlio di Sicalo. Per questo presero il nome di Siculi, e da Sicalo derivò all'isola quello di Sicilia. Della presenza dei Liguri nel Sannio non mancano indizi certi, ma riguardano gli ultimi secoli della Repubblica romana che vi deportò in un anno ben quarantamila Liguri con le loro famiglie, e poco dopo altri sei mila. Polibio trova un fondamento di popolazione ligure in varie parti della Toscana e Giustino dice che la città di Pisa fu fondata dai Liguri che, espulsi poi da quella provincia, sostennero lunghe lotte con gli Etruschi, ragion per cui i loro confini politici si ridussero dall'Arno alla Magra; e la città di Luni col suo meraviglioso porto venne alternativamente posseduta da Liguri ed Etruschi.
Sulla destra del Po, pare che la Trebbia e tutt'al più il Taro fossero i loro confini accertati ancora nei tempi storici nel piano vicino al fiume; mentre negli Appennini avanzarono fino al corso superiore della Secchia. Piacenza però era una colonia romana e in quel di Modena e Reggio discesero più volte dai loro monti a saccheggiare il paese e le città; ma non pare che vi stanziassero stabilmente in tempi storici, mentre per le età protostoriche se ne sono rinvenuti indizi sicuri in crani che appaiono agli antropologi di tipo evidentemente ligure, scoperti nelle vicinanze di quelle due città. Anche sulla sinistra del Po i Liguri tennero le posizioni contro Umbri ed Etruschi ancora in tempi storici, certamente fino al Ticino sul quale fondarono una città (ora Pavia), finché nel secolo VII a.C. secondo Livio, nel IV a. C. secondo altri, concessero spontaneamente la via ai Celti, se addirittura non li chiamarono essi stessi a danno degli Etruschi. I Celti occuparono successivamente tutta l'Etruria circumpadana e pare che i Liguri abbandonassero loro la dominazione di quasi tutta la sponda sinistra del Po nelle regioni subalpine, il cui possedimento era indispensabile ai Celti per avere libero il passo alla Gallia transalpina dalla quale erano giunti e dalla quale continuavano a giungere altri gruppi. In quel tratto di terre subalpine, alla venuta d'Annibale, dominavano ancora i Celti certamente fino alla Dora Baltea e forse alla Riparia. Polibio afferma che il generale cartaginese sboccò nel territorio degli Insubri; Plinio che discese in Italia per il varco che separa le Alpi Graie dalle Pennine. Ma, tranne le regioni subalpine concesse dapprima spontaneamente e forse in seguito occupate con la forza dai Celti, i Liguri si mantennero anche sulla riva sinistra del Po della quale continuarono a possedere un tratto che dal corso inferiore della Sesia si allargava nella direzione di Novara fino al Ticino ed era abitato da tribù liguri in mezzo alle quali penetrarono e si stabilirono numerosi gruppi di Celti. Con l'andar del tempo però, affluendo sempre nuovi transalpini nel bacino del Po, il dominio di quasi tutto il paese, dal Po alle Alpi occidentali, rimase ai Celti; fatto questo che certificherebbe in parte il limite posto dai Romani alla Liguria, ristretto alla destra del fiume, assegnando la sinistra alla Celtica o Gallia cisalpina. Qui, infiltrandosi e mescolandosi coi Liguri della sponda sinistra, i Celti esercitarono un gran mutamento sull'etnografia degli stessi, mentre sulla destra del fiume vennero in gran parte agevolmente assimilati, ciò che risulta anche dall'antropologia comparata e dalla forma del cranio dei loro discendenti.
La prevalenza dei Liguri nei limiti appena indicati non è contestabile ma alcuni studiosi vanno molto più in là, allargandoli senza riserve all'intera penisola nel suo significato geografico più esteso, compresa l'Istria, ed affermando che alla venuta delle stirpi ariane la possedevano per intero i Liguri, i quali formarono il substrato sul quale si sovrapposero le genti ariane. Che i Liguri dominassero sulla sinistra del Po fino al lago di Garda e, anzi, oltre Verona, non mancano vaghe indicazioni negli scrittori latini e greci: indicazioni che troverebbero un argomento di peso nell'iscrizione del trionfo di Q. Mario sugli Stoni o Steni, cioè sugli Euganei (118 a. C.), che avevano come città principale Stonos.
Pausania nomina un Cicno, re dei Liguri nella Celtica prope Eridanum.
Virgilio ricorda un Cicno fortissimo re dei Liguri.
Ovidio pure loda un Cicno re dei Liguri, e dominatore di grandi città.
Anche Vegezzi-Ruscalla vorrebbe trovarli nei tempi storici nella Rezia, dove li avrebbero respinti gli Umbri prima e poi gli Etruschi; e Garbiglietti, nell'esame della monografia di Nicolucci sui Liguri si accosta all'opinione di questo scrittore e colloca i Liguri in tutta l'Italia meridionale (Japigia, Messapia, Bruzio e Lucania). E, continuando in questo sistema di congetture, credono rinvenire indizi sicuri dell'antica presenza dei Liguri nell'Umbria, nel Piceno, nella Sabina, nelle grandi isole italiche e perfino nell'Istria, ciò che sembrava già dubbio agli antichi scrittori stessi, tra cui Filisto: il quale, mentre afferma che i Liguri occuparono la Sicania, non ammette poi che ai Liguri si possano ascrivere i Liburni, così chiamati da un Liburno, autore di molte invenzioni. Di fatto, l'unica o almeno principale prova consiste in argomenti antropologici, nell'essere cioè il tipo brachicefalo quello degli abitatori di tutta la penisola prima dell'invasione ariana; il che, come abbiamo osservato prima, è contrario ai progressi della scienza. Tranne per la Liguria propriamente detta, per le altre regioni italiche è una conclusione fondata su fatti parziali, spesso contraddetti e lontani dal poter confermare una teoria così esclusiva, sorpassata anche da quella di E.Celesia che opina che nel millennio prima dell'era volgare il dialetto ligure era quello di tutta Italia. Ma tutte queste opinioni dipendono da indicazioni parziali e spesso estremamente vaghe di cui non si deve né si può esagerare l'importanza fino a dedurne conclusioni generali assolute o quasi assolute. Comunque, volendo procedere con le norme accettate dai canoni della critica in simili ricerche, si può ritenere come attestata da testimonianze incontestabili la presenza più o meno lunga dei Liguri nella nostra penisola, anzi la loro prevalenza etnografica e politica nel compartimento ligure-piemontese, in origine sulle due sponde del Po fino ai piedi delle Alpi, occupate ab antico da rare popolazioni di sangue celtico e germanico, non essendo accertato che i Salassi fossero anch'essi Liguri benché parecchi lo affermino non senza fondamento. Quanto ai Taurini, erano riconosciuti per Liguri ancora nel I secolo, anche quando tutto il paese era romanizzato da secoli e la città era compresa nella provincia ligure; quindi nella già Contea di Nizza e nel territorio di Piacenza e in quel di Pavia, mentre sulla costa marittima prevalsero lungamente dal Varo alla Magra e avanzarono fino al Tevere. Nel bacino del Po dominavano ancora nei tempi storici sulla sinistra fino al Ticino, e sulla destra fino al Taro nel piano e sull'alto corso della Secchia nell'Appennino. Quale parte del Lazio e dell'Etruria centrale occupassero i Liguri nei tempi protostorici non si può determinare: perché, secondo la tradizione, sarebbero stati espulsi dal Lazio dagli Italo-Greci e dall'Etruria dalle stirpi italiche prima e dagli Etruschi poi, succeduti agli Umbri nella dominazione di quella zona, in un periodo che non dovrebbe essere posteriore al secolo XIV a.C.
A questo punto è naturale la domanda: "A quale famiglia di popoli veramente appartenevano gli antichi Liguri e da quale paese vennero a stabilirsi nelle regioni italiche in cui li abbiamo trovati e nelle quali esistono ancora, più o meno etnograficamente alterati, i loro discendenti?".
Dalle cose dette sull'etnografia delle genti iberiche, alla cui famiglia si ritiene che appartengano i Liguri, parrebbe che la risposta dovrebbe essere ovvia e precisa, quasi superflua. Tralasciando l'opinione generalmente accettata dalla grande maggioranza degli studiosi che i Liguri costituivano una razza particolare distinta dalla celtica e dall'italica, con le quali nei tempi storici la troviamo mescolata e confusa, vediamo che, fra i Latini, Catone scrisse che i Liguri stessi ignoravano da dove fossero venuti in Italia (unde oriundi sint nesciunt) e, fra i Greci, Dionisio ci avvisa che, mentre alcuni favoleggiavano che i Liguri fossero un ramo degli Aborigeni confinanti cogli Umbri, si ignorava però assolutamente la loro vera patria; perché, essendo stanziati parte in Italia e parte nella Gallia, non si sapeva quale dei due paesi avessero abitato per primo. Ma i progressi della filologia comparata che, in ordine all'etnografia italica hanno denunciato l'errore della supposta origine celtica degli Umbri, per uno strano contrasto hanno fatto nascere il dubbio che sia veramente celtica e di conseguenza ariana, che altri vorrebbero invece turanica: tre opinioni ugualmente inaccettabili a mio avviso, benché sostenute da eminenti studiosi. Comincio dalle due prime, che hanno tra loro una stretta analogia e sono difese da Alfred Maury e Hubert D'Arbois de Jubainville, che della questione si occuparono in lavori di gran pregio.
Il primo, in una memoria speciale sui Liguri tenta di provare la loro origine celtica con l'aiuto della filologia comparata e della linguistica ed afferma che la lingua ligure dovette essere in origine un dialetto celtico e che, quindi, il popolo che lo parlava doveva essere una frazione della nazione celtica. Ma gli argomenti con cui lo dimostra non sembra che possano condurre a conclusioni assolute, come quelli che consistono in poche parole comuni o analoghe dei Liguri e dei Celti con lo stesso significato, come "Bodincus", nome dato al Po, "Bodincomagus", "Rinkomagus" e poche altre relative a luoghi e fiumi, che s'incontrano ugualmente nella penisola Iberica, nella Gallia e nella Liguria. A questi aggiunge alcuni nomi propri, fra cui quelli di "Nanno", re dei Segobrigi, tribù ligure a cui i Celti si erano sovrapposti, e di "Comanos", suo successore, che egli classifica di carattere assolutamente ariano, con alcuni altri vocaboli, i quali "affectent pour la plus part", ed altri che palesano evidentemente l'origine ariana. Maury fonda le sue osservazioni essenzialmente su documenti, non solo quasi tutti posteriori al VI secolo a. C., ma la maggior parte contemporanei o di poco anteriori al principio dell'era volgare, come sono i nomi dei popoli incisi nel trofeo di Augusto nelle Alpi marittime e nell'arco di Susa, innalzato allo stesso imperatore in un tempo in cui i Liguri nell'Iberia occidentale e nella Gallia meridionale erano stati già da secoli assimilali dai Celti (tranne gli Oxibii e i Diceati), e ormai ridotti nella Liguria vera e propria, perduta ogni loro autonomia, e passati successivamente sotto la dominazione romana. Dominazione che, imposta con una guerra di sterminio di circa ottant'anni, non riuscì tuttavia a romanizzarli se non sulle coste dove avevano fondato colonie, parecchie delle quali divennero città fiorenti e in cui l'antico carattere nazionale subì necessariamente mutazioni e alterazioni più o meno radicali; non tali però che del vecchio tipo e dell'indole primitiva della nazione non rimanessero incontestabili testimonianze che troviamo numerose negli storici dell'età di Augusto.
Nulla di strano, dunque, se in quel secolare contatto, mescolamento e successiva prevalenza politica dei Celti sui Liguri, questi abbiano adottato numerosi vocaboli dai Celti e che questi ultimi ne abbiano alla loro volta preso dai Liguri, anche non tenuto conto del fatto omai acquisito che la lingua di una nazione non è sempre indicazione sicura della sua origine e che la comunanza e l'analogia di alcuni vocaboli di due popoli, specialmente se confinanti e più ancora se mescolati fra loro o assimilatisi gli uni agli altri come avvenne appunto dei Liguri e dei Celti, non basta ad affermarne la comunanza di origine; tanto più quando viene mantenuta, anche dopo quegli avvenimenti, una decisa differenza e quasi antagonismo d'indole, di tipo e di consuetudini, mai veramente cessata non solo nei tempi antichi, ma neppure nei moderni. È questa un'inesattezza in cui caddero Humboldt stesso e Fauriel, D'Arbois e Desjardins, che trattarono di una analoga questione che pare oggi risolta non solo dal fatto della presenza, ma anche da quello della prevalenza dei Celti in Italia sulle due rive del Po, specialmente sulla sinistra, almeno quattro o cinque secoli prima dell'era volgare, e due o tre dalla conquista romana, come risulta dalle tombe galliche scoperte in Brianza fornite di oggetti e monete d'origine assolutamente celtica. I vincitori imposero certamente molti nomi gallici ai luoghi occupati, e poterono quindi chiamare Bodincus il Po, come i Romani lo chiamarono Padus, e dare nomi nazionali ad altri fiumi e città. Di fatto Polibio non dice altro a questo proposito se non che "Gli indigeni (che tanto potevano essere Liguri quanto Galli nel II secolo a.C.) chiamavano questo fiume (il Po) Bodincus", osservando che i particolari intorno al Po erano pieni di favole e di errori tratti dagli scrittori greci dai quali appunto Plinio trasse la notizia "che nella lingua dei Liguri il Po si chiamava Bodincus e significava senza fondo", aggiungendo che si vergognava di importare dai Greci indicazioni relative all'Italia (pudet a Graecis Italiae rationem mutuari): Plinio aveva preso quella spiegazione della parola Bodincus da Metrodoro Scepsio, autore greco del I secolo a.C., tempo in cui poco o nulla si poteva ricordare di ciò che riguardava le origini dei Liguri della valle superiore del Po, popolo scomparso da più d'un secolo dalla scena politica. A ciò Plinio stesso aggiunge un'osservazione fortuita che basta a dimostrare l'incertezza del significato dato a Bodincus da Metrodoro che si sa come pretendesse spiegare i nomi con ragioni fisiche, dichiarando che quella profondità cominciava dalla città di Industria (nelle vicinanze di Monteu da Po) a pochi chilometri da Torino. Ma qui il fiume ha poca profondità e, tranne nelle piene, non porta che barconi di capacità moderata: non si può dire veramente profondo prima di aver ricevuto la Dora Baltea, la Sesia e specialmente il Tanaro sotto Valenza. Tutto ciò non sfuggiva certamente all'acuta mente del Maury che, dubbioso egli stesso di non potere con così poco provare la doppia affermazione dell'origine e della lingua celtica dei Liguri, non tarda a moderarla con l'ammettere in termini espliciti: "Que les Ligures eux-mêmes, qui formaient sans doute d'abord une race distincte, subirent si complètement l'influence des envahisseurs Celtes, que'au plus haut que nous puissions remonter dans leur histoire nous ne voyons que des tribus celtisées ". E poco dopo ripete lo stesso restrittivo concetto dicendo che le parole liguri arrivate fino a noi "se rattachent pour la plus part à la famille celtique - et si la race ligure n'est pas de source celtique, avait au moins reçu de trés-bonne heure une forte infusion de sang celtique et adopté un idiome celtique au fond". I Liguri, dunque, neppure nel concetto di Maury, non sembrano più un ramo dei Celti, parlanti un dialetto celtico, ma popoli distinti fra loro in origine che subirono dai Celti una grande influenza nella lingua e nell'etnografia; il che ha ben altro significato ed è un fenomeno, o piuttosto un fatto storico, prodottosi e riprodottosi in ogni tempo fra popoli di diversa origine nelle vicende della conquista. Ciò spiega perché quell'illustre filologo, ad ogni affermazione del celtismo dei Liguri, fa immediatamente seguire dichiarazioni di senso opposto, aggiungendo ad esempio, "ou tout au moins qui avait été celtisé dès une époque reculée par l'absorption de la population qui occupait, avant les Celtes, la région comprise entre les Alpes et la Méditerranée, entre la Magra et le Rhône". Questa popolazione precedente all'invasione celtica e indicata come esistente da lungo tempo, non solo dalla Magra al Rodano, poco o nulla mescolata ad altre stirpi ancora nell'età storica, ma dal Rodano ad Emporium in Spagna mista ad Iberi, non poteva essere altro che quella dei Liguri: i quali dominarono largamente in quei luoghi molti secoli prima che gli antichi avessero notizie sicure dei Celti, e che questi si fossero accostati alle sponde del mare e si siano impadroniti successivamente del paese. Maury invece suppone che quella popolazione, che chiama indigena, appartenesse alle antichissime razze abitatrici delle caverne e venisse assorbita e assimilata da un ramo della nazione celtica che prese, o piuttosto impose, ad essa il nome di Liguri, essendo questo vocabolo (Ligyes) a suo avviso di origine celtica. A provare la sua affermazione non reca alcuna testimonianza, contentandosi di dire che quella prima discesa dei Celti sul Mediterraneo avvenne lungo il Rodano dall'Elvezia, alcune città della quale hanno analogie evidenti coi nomi di città liguri; e la crede un elemento prezioso per la cronologia dell'allargarsi delle stirpi celtiche a Sud, senza però addurre argomenti accettabili relativamente al fatto che l5-20 secoli prima dell'era volgare fosse avvenuta per quella via una simile invasione di Celti nel paese dei Liguri né che quell'avanguardia delle loro irruzioni fosse composta di Liguri, né che questi fossero Celti che si assimilarono agli indigeni a cui loro stessi diedero il nome. Sono due fatti non solo difficili, ma impossibili da provare senza ricorrere a congetture che o direttamente contraddicono le indicazioni di tutta l'antichità, o non trovano nelle stesse alcun indizio di prova. Poiché è chiaramente indicato negli antichi scrittori che le tribù liguri dominavano nella Gallia meridionale da tempi antichissimi, molto prima della colonia ellenica di Marsiglia, fondata nel VI secolo a.C. nella Ligustica vicino alla Celtica, non nella Celtica; e ancora nel IV secolo abitavano dal Rodano ai Pirenei orientali mescolati agli Iberi, ma separati dai Celti che, solamente nei secoli successivi, s'impadronirono di quella zona sul mare, soggiogando e fondendosi con gli abitatori della costa, come avevano soggiogato quelli della regione mediterranea. Maury sapeva benissimo che gli antichi distinsero in ogni tempo i Liguri non solo dai Celti, ma anche dagli Iberi, dando ai due popoli riuniti e coesistenti da Emporium al Rodano il nome di Ibero-Liguri; mentre quello di Celto-Liguri, dato agli abitanti di parte dal paese fra il Rodano e la Durenza, afferma implicitamente che qui i Celti si erano imposti o piuttosto incorporati ai Liguri, mantenendo però esclusivamente quello di Liguri alle tribù di questa nazione che i Celti non riuscirono a conquistare, alcune delle quali situate ad occidente del Varo, anche quando, col prevalere dei Celti dalle Alpi marittime ai Pirenei, prevalse la denominazione di Celtica su tutta la Gallia meridionale compresa fra quelle catene di monti. Ed egli stesso non dissimula che gli Oxiati e Deceati, malgrado tutta l'influenza celtica, si mantennero autonomi con gli antichi costumi e con l'antico carattere fisico e morale, in cui differivano radicalmente dai Celti ancora nel principio dell'era volgare, come afferma in termini precisi lo stesso Strabone dicendo che i Liguri erano di nazione diversa dalla gallica e ammettendo che quelle differenze sussistevano in parte nei discendenti dei due popoli. Ma, sostiene Maury, in quel periodo la lingua degli antichi indigeni era scomparsa ed era subentrato alla stessa un dialetto celtico: e quantunque una simile affermazione, in termini assoluti, non sembri così facile ad essere dimostrata, si può comunque ammettere per abbondanza rispetto ai Liguri transalpini, non però senza le giuste riserve per i Liguri cisalpini. In ordine a questi si può anche concedere, senza troppe riserve, che i loro dialetti attuali, cioè il ligure-pedemontano, possano essere classificati fra quelli Italo-Galli: ma non per questo ne rimarrebbe provata l'origine celtica. Poiché è assioma omai acquisito che la nazionalità non si può e non si deve sempre confondere con la lingua, né questa con quella senza pericolo di cadere spesso in gravi errori: abbondano gli esempi di popoli conquistatori che imposero ai conquistati la loro lingua, o presero talora quella dei vinti, ogni volta che questi erano superiori in cultura. Pericolo che diventa maggiore quando, scomparsa quasi del tutto la lingua di una delle due nazioni, da alcune poche parole comuni si vogliono far derivare conclusioni assolute sulla loro etnografia. A chi non è noto, per esempio, che non moltissimi anni fa' in Italia era opinione generale che gli Umbri fossero di stirpe celtica, opinione fondata su alcuni vocaboli accettati come d'origine celtica? Mentre, dopo la decifrazione delle tavole "eugubine" in lingua umbrica, il celtismo degli Umbri non è quasi più opinione accettabile, essendo accertato che gli Umbri sono, non solo di sangue italico, ma il ceppo principale di quasi tutte le antiche popolazioni italiche. Per provare la sua tesi Maury rimpicciolisce enormemente l'antica nazione dei Liguri che i Greci consideravano come rappresentante principale dell'Occidente e che alcuni moderni, pur condividendo con Maury l'opinione dell'origine celtica più o meno esplicitamente, vorrebbero ingrandire oltre misura. Egli però ammette come vere le indicazioni degli scrittori greci sulla presenza di liguri nell'interno della Spagna e nel bacino del Guadalquivir, sull'esistenza di una città ligustica non lontano da Tartesso e di un lago ligustico attraversato dal Betis: ma sostiene che non erano indigeni di quei luoghi e nemmeno dell'Iberia, in cui erano stranieri e in cui non si stabilirono che parecchi secoli dopo. Accetta le indicazioni di Tucidide e di Dionisio, i quali fanno espellere dal bacino del fiume Sicano (che egli assimila allo Xucar) i Sicani: ma poi sostiene che quei Liguri non erano altro che un ramo dei Celti; quel ramo che, seguendo la consuetudine di quella nazione di migrare in massa in altri paesi in cerca di nuove sedi, che gli pare essere confermato dal fallito tentativo degli Elvezi ricordato da Cesare (De bello gallico, I, §II e seg.). Sarebbero discesi lungo il Rodano sulle rive del Mediterraneo da dove, avanzati ad occidente e a Sud fino all'interno della Spagna meridionale occidentale, si erano poi rovesciati sui Sicani delle coste orientali, spingendoli fino in Italia e obbligandoli ad uscire dal continente per rifugiarsi nell'isola che da essi prese il nome di Sicania. Questa ipotesi di Maury, che farebbe risalire le invasioni celtiche nella Gallia marittima e nell'Iberia meridionale a 15-20 secoli prima dell'era volgare, si fonda essenzialmente sulla sua opinione che i Liguri fossero realmente un ramo dei Celti in tutto il rigore della parola. Ma una tale supposizione ci sembra assolutamente inaccettabile perché contraddice direttamente tutte le notizie degli antichi scrittori che, non solo ci rappresentano sempre i Liguri come nazione etnograficamente e geograficamente distinta da ogni altra, e in modo particolare dai Celti, dagli Etruschi e dagli Itali con cui confinavano e dai quali si videro successivamente togliere buona parte delle terre anticamente abitate nella Spagna, nella Gallia e nell'Italia, ma ancora all'inizio dell'era volgare i caratteri fisici e le consuetudini principali dei Liguri erano così particolari e così differenti da quelle dei Celti e degli Itali già romanizzati, che anche allora attestavano in modo evidente e spiccato la differenza di stirpe che li separava; e le indicazioni di Strabone e Diodoro Siculo su questo punto, specialmente dell'ultimo, sono così chiare, molteplici e precise che non sembrano ammettere ombra di dubbio. Anzi, di quelle differenze non scomparvero interamente le tracce presenti ancora ai nostri giorni: questo appare chiaramente dal semplice confronto delle alte stature, del colore dei capelli biondi o rossicci, degli occhi azzurri, del cranio ovale e della tinta rosea della maggioranza degli abitanti delle province settentrionali e orientali della Francia coi caratteri fisici del tutto diversi di quelli delle province meridionali anticamente abitate dai Liguri e dagli Iberi, a cui si sovrapposero i Celti, e degli stessi liguri attuali tra i quali prevalgono stature medie, capelli bruni e castani, testa rotonda, tipo corrispondente a quello degli antichi Liguri ed Aquitani, popoli della stessa famiglia e primi abitatori storici di quei luoghi. Il che è conseguenza del fatto che le popolazioni liguri iberiche conservarono tenacemente in gran parte il vecchio tipo nazionale, benché i Celti avessero imposto loro successivamente la propria dominazione e in parte la loro lingua. È opportuno comunque osservare che, dalle Alpi Marittime al Rodano essendo avvenute ab antico incursioni e insediamenti di stranieri, specialmente di Greci, che fondarono anche grandi città, come Marsiglia, Antibes e Nizza, qui la razza ligure dovette soffrire qualche leggera alterazione prima ancora delle invasioni celtiche. Un ultimo argomento, incontestabile a mio avviso, che i Liguri non sono di stirpe celtica ce lo avvalorano i progressi dell'antropologia comparata, dalla quale risulta esistere un vero antagonismo nella configurazione craniale dei Liguri con quella dei Celti e degli Itali stessi. Infatti, i Liguri non solo erano brachicefali in grandissima maggioranza, ma di un brachicefalismo che si distingue anche da quello delle altre nazioni di tipo analogo; questa differenza si riproduce ancora attualmente nei loro discendenti, i Liguri-Piemontesi, abitatori non solo della regione che, nella divisione di Augusto, conservò il nome di Liguria, ma anche della regione subalpina sulla sinistra del Po, anch'essa anticamente abitata in buona parte dai Liguri. I Celti al contrario, e gli Itali in generale, erano e sono dolicocefali nella grande maggioranza e il mescolamento e l'infiltrarsi delle stirpi celtiche, italiche ed etrusche fra i Liguri della penisola non riuscì a trasformare, ma solo ad alterare in minime proporzioni l'antico loro tipo etnografico. Sulle coste della Liguria attuale, dove le città di qualche importanza non sono di origine molto anteriore all'era volgare, e parecchie colonie romane, dove affluirono nei tempi successivi numerosi stranieri per ragioni commerciali, mescolandosi ai Liguri discesi dalle alture, dove soprattutto abitavano, il vecchio tipo fu leggermente alterato, come lo fu anche in Piemonte, dove l'azione o almeno l'influenza dei Celti fu maggiore perché continuata per secoli fino ai giorni nostri. A questo poi è necessario aggiungere il mescolamento di tipi inevitabile a seguito delle invasioni e mutamenti di popoli nel medio evo, a cui neppure il compartimento ligure piemomese poteva rimanere estraneo. Con tutto ciò, sia tenacità singolare della razza ligure, sia anche effetto del milieu del paese, che ha esercitato in ogni tempo un'azione più o meno efficace anche sui caratteri fisici dei popoli, è fatto incontestabile che il vecchio tipo brachicefalo continua a prevalere spiccatissimo, tanto da distinguersi nettamente da quello delle altre province italiche, come radicalmente se ne distinguono i dialetti.
Dunque, mi sembra di poter negare con fondamento la primitiva origine celtica dei Liguri antichi e moderni.
Più ampia e generica è la tesi sostenuta sull'origine etnografica dei Liguri da Hubert D'Arbois de Jubainville nel suo libro sui primi abitanti dell'Europa precedentemente ricordato nel quale, se si limita ad affermarne semplicemente l'origine ariana, dà poi ad essi un'importanza ed azione politica molto maggiori. Poiché non solo i Liguri sono Ariani di stirpe, secondo lui, ma addirittura i primi Ariani venuti in Occidente, che sconvolsero l'antichissimo "impero" iberico, dall'Adriatico e dal Reno all'Atlantico, e succedettero agli Iberi nella dominazione dell'Europa occidentale fino al mare del Nord, cioè della Gallia, della Spagna e dell'Italia; identici agli Aborigeni e ai Siculi della nostra penisola, quantunque manchi ogni testimonianza storica e tradizionale di una dominazione ligure nell'interno e nell'occidente della Gallia, fra la prevalenza iberica e la successiva invasione celtica. Poiché le indicazioni della presenza dei Liguri nel settentrione nevoso, nelle isole Oestrimnidi (che sono per molti studiosi le Sorlinghe e per altri, fra cui Mullenhoff , la Bretagna nella regione N.O. della Francia), e sulla Senna stessa sono troppo vaghe e congetturali per prestarvi fede, perché destituite di argomenti accettabili e fondate su di un'arbitraria interpretazione di Avieno, posteriore di molti secoli non solo alla supposta presenza dei Liguri in quelle zone, ma di quasi un millennio allo stesso cartaginese Imilcone, da cui ammettono i più che abbia ricavato le sue notizie Avieno. Per provare la sua opinione ricorre anche alla mitologica caduta di Fetonte nell'Eridano, affermando che il Cucnos o Cicnos che ne piangeva la morte era re dei Liguri; indicazioni tutte già considerate da Polibio come favole propagate dai Greci e fonte di grossolani errori. Interpreta con significato favorevole al suo concetto le vaghe indicazioni di Festo Avieno nel poemetto Ora marittima già menzionato e di alcuni altri antichi scrittori, tenendole poi in conto minore quando gli sembrano contrarie alle sue tesi. Appoggiandosi alla linguistica, afferma che il nome medesimo di Ligur, Ligus e Ligures è parola di origine indo-europea ed aggiunge che la vera forma primitiva è quella di Ligus al singolare e Liguses al plurale, non essendo Ligur che una trasformazione dei Latini, i quali solevano cambiare la "s" in "r", prima nella pronuncia e poi nello scritto. Quindi egli esclude indirettamente l'origine basca da "Li-gor" e da "Illi-gor" (città e altura), che D'Arbois traduce popolo della montagna e lo deriva dalla radice "ragh" o "lagh" (col suffisso as da cui il latino us), il cui significato primitivo sarebbe stato quello di correre, affrettarsi, sicché Ligus e Ligur indicherebbero "colui che va veloce". Continuando nello stesso procedimento, mette innanzi alcuni pochissimi nomi della lingua ligure nel cui significato ravvisa un carattere indo-europeo. Così, ad esempio, la parola "Bo-dincus", che abbiamo già osservato come un autore greco aveva scritto che nell'idioma ligure significava "senza fondo", egli la dice parola indo-europea che equivale all'aggettivo profondo, ma risponde poco alle indicazioni di Plinio, come precedentemente dimostrato. Quindi "Saliunca", una specie di lavanda, voce dei Liguri e d'indole ariana; "Nannus", re dei Segobrigi, che impropriamente paragona al "nonnus" e "nonna" dei Latini, che sono derivati dal sanscrito "nana", ed hanno un ben diverso significato. Egli vede due nomi di origine europea in quello dei capi o regoli Celti che dominarono sulla tribù ligure: il che sarebbe un fatto che impugnerebbe al contrario l'origine celtica dei Segobrigi stessi, essendo evidente che i regoli celti, sovrappostisi a quella tribù di Liguri, dovevano conservare il loro nome, e questo doveva essere di origine indo-europea, perché nomi di Celti. Analogamente egli giudica dei Taurini, pur ammettendoli Liguri di stirpe secondo Strabone e Plinio; di Genua, che deriva da "Ganu", e dice equivalere a "bocca" in significato proprio e figurato; di Albium Intemelium e Albium Ingaunum (Ventimiglia ed Albenga), considerando la parola "Album", come indo-europea. La parola Ingauni poi vorrebbe che significasse "quelli che sono ristretti", abitanti in luoghi angusti fra il mare e le Alpi; mentre per Albenga avviene tutto il contrariò essendo il piano di Albenga uno dei più estesi in tutta la riviera di Ponente. La stessa origine egli assegna ai nomi di Italos, Morgetes, Sichelo e Siculus, che sono personaggi importanti nelle tradizioni dei Siculi che per lui sono Liguri senza dubbio, come anticamente aveva scritto Filisto. Ma non credo di allontanarmi dal vero se, pur ammirando la dottrina filologica e i sottili ragionamenti di D'Arbois, non posso tuttavia accettarne le conclusioni, essendo per me un fatto ormai acquisito che a dimostrare la comunanza etnografica di due nazioni non solo non bastano pochi vocaboli staccati, comuni ad entrambe, ma molto spesso neppure la comunanza della lingua stessa, come già ricordato con alcuni esempi, prova evidente che la filologia comparata deve essere utilizzata con cautela come criterio per risolvere problemi etnografici. E per citare un esempio recentissimo, abbiamo l'affermazione esplicita di Retzius, nel suo splendido lavoro sui Finni, di avere trovato moltissimi Finni di sangue purissimo che parlano la lingua svedese e molti Svedesi di schietta origine svedese che parlano la lingua finnica, benché i primi appartengano essi pure alla famiglia delle genti turaniche tra cui però formano un popolo con carattere distinto dagli altri della stessa stirpe. Dunque, gli argomenti filologici sull'arianesimo dei Liguri ci sembrano insufficienti in termini assoluti, anche perché le poche parole comuni ai Liguri ed agli Ariani sono troppo lontane dal poter provare l'identità o la sola affinità dei loro idiomi.
A questo punto è necessario osservare che la Liguria anticamente non possedeva che piccola parte della spiaggia e dei greti ora abitabili in riva al mare; i Liguri antichi abitavano in borgate sulle alture e le terre della costa che, a parte qualche eccezione, non sono anteriori alla dominazione di Roma, di cui parecchie erano colonie. Occorre aggiungere che la Liguria propriamente detta, all'inizio dell'era volgare, era talmente decaduta nel concetto degli scrittori greci e romani che Strabone crede superfluo dare una descrizione di quella provincia e si limita ad osservare che da Monaco alla Tirrenia abitavano i Liguri in luoghi montuosi lungo il mare, divisi per borgate, scavando ed arando un aspro terreno, o piuttosto tagliando macigni, vivendo per lo più di pecore, di latte e di una bevanda fatta con l'orzo. Facevano commercio di miele, di pecore e delle loro pelli e di legname da costruzione di cui il paese abbondava e portavano ogni cosa a Genova, loro mercato comune, ricevendo in cambio olio e vino dell'Italia. Possedevano "ginni" (cavalli piccoli) e muli e in guerra poco si avvalevano della cavalleria, ma erano ottimi fanti armati pesantemente e alla leggera ad un tempo. Erano pessimi vicini dei Tirreni, dei quali erano più bellicosi, e che non cessavano di provocare.
Tutto ciò considerato complessivamente, e tenuta in debito conto la ragione antropologica dell'assoluta diversità della conformazione del cranio (Liguri brachicefali - Ariani dolicocefali), si può ragionevolmente negare l'origine ariana dei Liguri contro la tesi di A. Maury e di D'Arbois de Jubainville.
Ma se i Liguri non sono di sangue celtico e neppure ariano, non si dovranno per caso classificare fra i popoli turanici ed Ugro-finni che a lungo furono ritenuti i primi abitatori di gran parte dell'Europa nell'età preistorica? Giustiniano Nicolucci, che studiò profondamente la questione entro i limiti dei progressi delle ricerche preistoriche del XIX secolo, professa esplicitamente questa opinione. E, affermando che gli antichi Liguri furono in Italia quello dei popoli che meno si confuse con le stirpi ariane, lo classifica decisamente fra i Turanici e Ugro-finni e conforta la sua conclusione col duplice argomento della filologia e dell'antropologia comparata. A questo scopo reca numerosi giudizi conformi di filologi illustri, esperti nella lingua basca e nelle lingue ugro-finne, e principalmente del principe L. Bonaparte, cultore appassionato e molto profondo di quegli studi. I quali studiosi però, pur ammettendo alcune affinità degli idiomi uralo-finni col Basco, non le consideravano ancora sufficienti a provare l'analogia di quelle lingue e tanto meno la comunanza di stirpe dei popoli che le parlavano; sicché Nicolucci stesso non osava giungere a conclusioni assolute, benché confidasse negli ulteriori progressi della scienza che finora avevano dato risultati contrari alle sue speranze, perché dimostravano che i Finni, ad esempio, ai quali particolarmente il Nicolucci si riferisce in quelle ricerche e la cui lingua riteneva affine alla basca e alle iberiche, alle quali egli pure ascrive l'antico idioma dei Liguri, benché aggregati dai più alla famiglia delle genti turaniche, tuttavia formano un popolo per molti versi distinto. Non ha nei suoi caratteri fisici, filologici e morali alcuna analogia con le stirpi ibero-liguri, tranne nel brachicefalismo che da solo è troppo lontano dal provare l'identità etnografica di due nazioni che differiscano fra loro per ogni altro aspetto. Tanto più che le ultime osservazioni sul cranio ligure e su quello dei Baschi, coi progressi nella lingua basca, unica reliquia incontestabile degli idiomi della famiglia iberica, paragonate a quelle continuate sui Turanici e sui Finni, conducono a conclusioni decisamente negative rispetto alla loro affinità. All'opinione dell'origine turanica dei Liguri si oppongono altre osservazioni di fatto che non sembrano di poca importanza, fra cui l'assenza assoluta delle costruzioni e di stazioni lacustri di ogni genere nelle zone abitate dai Liguri e nella Provincia romana di questo nome; mentre ne abbondano tracce in Emilia, in Lombardia e in Veneto che fanno pensare a differenze di origine dei loro antichissimi abitatori, come la facilità singolare con cui le razze turaniche si lasciarono assimilare, assoggettare e anche distruggere in tutta l'Europa dagli Ariani, mentre le stirpi liguri opposero una resistenza formidabile, accanita e secolare fin quasi al principio dell'era volgare, conservando anche sotto Roma molti elementi dell'antica nazionalità. La floridezza stessa a cui nella navigazione, nel commercio e nella potenza marittima si elevarono i Liguri nel Medio Evo e nell'età moderna in confronto alle stirpi turaniche dell'antica e moderna Europa, dove non si mescolarono con popoli di sangue ariano, sono un nuovo argomento della diversità della loro origine etnografica; per cui sembra di non potere in alcun modo ammettere la teoria di Nicolucci e dei suoi seguaci sull'origine turanica dei Liguri. I quali, per me, sono di sangue iberico, vennero in Italia da Occidente e da Sud come gli Iberi e forse direttamente dall'Africa in Spagna e da questa in Italia, non mancando negli antichi e nei moderni scrittori indicazioni che avvalorano la teoria dell'origine africana dei Liguri.
Tralasciamo l'opinione di G.Villani secondo cui i Liguri sarebbero venuti in Italia col mitico Atlante, uno dei cui figliuoli sarebbe stato un Italo che diede il nome alla penisola, mentre lui avrebbe fondato Fiesole, perché una di quelle tradizioni che non hanno valore dinanzi alla critica storica. Ma, che sotto le dinastie egiziane XVIII, XIX e XX i popoli abitatori delle coste europee del bacino occidentale del Mediterraneo mantenessero relazioni amichevoli coi Libi dell'Africa è un fatto accertato dai monumenti. La tradizione riferita da Pausania nota che i primi stranieri passati nell'isola di Sardegna furono Libi condotti da un Sardus (che potrebbe benissimo essere il Sardus Pater delle Medaglie sarde), che si fusero con gli indigeni e a cui vennero ad unirsi dalla Sicilia delle genti iberiche sotto gli auspici di un Norax, ai quali la pubblica fama attribuiva la fondazione di Nora e alcuni moderni anche quella delle singolarissime e in parte misteriose costruzioni dette Nuraghi. A quelle genti iberiche vennero poi a congiungersi nuovi Libi, che poi rimasero prevalenti nell'isola e di cui alcuni passarono anche in Corsica e sul continente col nome di Sordoni. Ora, un simile complesso di tradizioni deve pur avere qualche fondamento di verità. Quindi la somiglianza del nome Libuas, Ligyes e Liguas con cui sono dai Greci chiamati i Liguri con quello dei Libi e Rebu; la bocca libica del Rodano posseduta ancora nel IV secolo a C. dai Liguri; i Libici della valle del Po; i Libui del veronese e bresciano di Livio, ancora nel IV secolo a. C.; e secondo alcuni l'analogia di Ligyes con Lixus, fiume ragguardevole della Mauritania e l'opinione che i Liguri appartengono ai popoli della famiglia iberica, sono tutti argomenti più o meno sicuri della loro origine africana, propugnata da molti ed illustri studiosi moderni.
Le notizie che sulla storia dei Liguri ci lasciarono gli antichi, dopo che furono ridotti nella zona a cui Augusto conservò il nome di provincia e che fu classificata la IX fra le undici in cui quell'imperatore divise la penisola, sono estremamente scarse. Gli scrittori latini sono unanimi nel lodarne la robustezza, l'agilità, l'indurimento ad ogni fatica e ad ogni privazione, l'amore indomito dell'indipendenza e della libertà, il disprezzo della morte e il valore personale in molti luoghi, benché i più solo incidentalmente e in ordine alla loro lotta con Roma. Erano un'eccellente stoffa di mercenari al pari degli Iberi e secondo alcuni già come tali indicati da Erodoto nell'esercito persiano di Serse nel V secolo a. C., certamente in quelli dei Tiranni di Sicilia nel IV, e molto più numerosi nelle armate cartaginesi nel III e nel II secolo in cui vennero finalmente più disfatti e dispersi che vinti e domati dai Romani, dopo una lotta tremenda e disastrosa di circa ottant'anni, spesso interrotta e sempre ripresa con un accanimento indicibile; una lotta ad oltranza, una guerra implacabile, dura e pericolosa per i Romani obbligati a guerreggiare in un paese aspro e montuoso, munito in luoghi opportuni di castelli (castellari), con strade rotte ed anguste, in continua penuria di viveri e senza alcuna speranza di preda per la povertà della zona. Domato un popolo ed una tribù, ne insorgeva un altro, spinto spesso da inopia domestica e avidità di preda, senza alcuna provocazione. Vinti una seconda e una terza volta, si ritiravano in luoghi inaccessibili e dopo poco tornavano da capo, piombando improvvisamente sul territorio e sulle guarnigioni romane. Il Senato romano non trovò altro modo di ridurli al giudizio che quello di trasportarne i più bellicosi in altri paesi, far scendere i meno duri nel piano, occupare essi stessi le alture e privare gli abitanti della costa delle loro navi da corsa. Così, ad esempio, nel 572 d. R. (180 a.C.) ne trapiantavano nel Sannio ben 40 mila con le loro donne e bambini, assegnando loro terreni da coltivare, e trasferendovene poco dopo altri sei mila; otto anni dopo (172 a.C.) parecchie migliaia sulla sinistra del Po.
Dopo il VI secolo di Roma, pare che i Liguri cisalpini si tenessero relativamente tranquilli, o almeno non dessero motivo a nuove spedizioni militari da parte di Roma. Tuttavia, sui monti e fuori dei confini delle numerose colonie romane nella Liguria costiera, conservarono gli antichi costumi e non si poterono considerare veramente assoggettati finché non venne portata a compimento la strada militare che, partendo da Roma, continuava lungo la costa fino a Luni col nome di Via Aurelia; poi, risalendo l'Appennino ligure, saliva fino a Tortona, da dove, col nome di Via Emilia (da M.Emilio Scauro, cons. 639 di R.) passava da Acqui, fra i Liguri Statielli, e, passando non lontano da Spigno e da Cairo, scendeva a Savona; da qui Augusto la fece poi proseguire nel territorio dei Liguri transalpini e dei Celti fino a Marsiglia.
Occorre dire che, anche in questo periodo, i Liguri non si segnalarono certamente per alto grado di cultura e di civilizzazione, tanto che non ci è pervenuto alcun documento scritto o inciso, tranne pochi nomi topici di fiumi o di luoghi analoghi ad altri dell'antica Iberia e della Gallia meridionale. Ignoriamo i particolari del loro linguaggio che dovette essere certamente un dialetto delle lingue della famiglia iberica, rappresentata ancora attualmente dal basco. Le poche parole e voci topiche giunte fino a noi non servono affatto per uno studio efficace di quella lingua sulla quale si sono profuse parecchie teorie insostenibili. Erano comunque una razza fortissima, frugale e incorrotta, uomini e donne, che si adattava facilmente al genere di vita imposto dalla natura dei luoghi, lavoratori e tagliatori di legna e cacciatori nei monti, navigatori espertissimi e audacissimi corsari sulle coste, pastori e agricoltori nel piano e nelle colline, mercenari negli eserciti dei Cartaginesi e dei tiranni siculi.
Ancora attualmente gli studiosi imparziali riconoscono nei Liguri una solidità, serietà e costanza di carattere, che li distingue da tutti gli altri.
Dunque, si possono dedurre da questa dissertazione sugli Ibero-Liguri le seguenti conclusioni:
- i Liguri furono il popolo storico più antico d'Italia, di cui ci rimangano tracce sicure;
- vennero da occidente, dove già compaiono nell'interno e sulle coste orientali dell'Iberia meridionale in un periodo non posteriore al secolo XVI a. C., mentre nella nostra penisola erano stabiliti prima del XIV;
- non erano di origine celtica, né ariana, né turanica, ma appartenevano alla famiglia delle genti iberiche, rappresentate ancor oggi dai Baschi;
- la loro individualità, spiccatissima nell'antichità fra le stirpi italiche, non si è del tutto cancellata e i suoi caratteri, affermati da una serie di circostanze e corretti dal contatto con uomini di altro tipo e dai progressi della civilizzazione, sono tutt'oggi evidenti.
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