Gli Iberi È opinione generalmente accettata, dagli etnografi in particolare, che i più antichi abitatori della Spagna, della Francia meridionale e dell'Italia occidentale con le grandi isole del bacino occidentale del Mediterraneo, appartenessero alla grande famiglia iberica; sia che qui si insediassero sovrapponendosi agli uomini delle caverne, delle paludi e delle foreste, sia che per primi vi abitassero; appare, per indubbie testimonianze, che tutto ciò sia accaduto nell'età della Pietra alla quale si riferiscono chiaramente le numerose scoperte preistoriche. Unica reliquia linguistica pervenutaci è forse la lingua basca od "eskuara" che conserva ancora segni incontestabili di antichità molto remota e di aver percorso lo stadio agglutinativo al punto che alcuni la classificherebbero fra le lingue agglomeranti o agglutinative.
Tutto questo dovette accadere in tempi molto lontani che alcuni suppongono risalire ai primi periodi dell'età quaternaria, quando le altre contrade dell'Europa erano abitate quasi esclusivamente da popoli brachicefali di stirpe ugro-fìnnica e turanica, molto prima che le stirpi ariane, nella grande maggioranza dolicocefale, giungessero dall'Asia imponendo molto spesso la propria dominazione e la propria lingua.
Sembra che queste popolazioni non avessero nulla in comune con quelle della famiglia ariana, prevalenti nei tempi storici in quasi tutte le altre zone d'Europa, dalle quali differivano sia nella lingua sia nei caratteri fisiologici e in altri particolari che indicavano decisamente un tipo essenzialmente diverso anche per gli antichi scrittori che, infatti, menzionano una razza bruna, dai capelli neri leggermente increspati, di statura media e di costituzione asciutta, ma singolarmente agile e vigorosa, intelligente, accorta, tenace fino all'ostinazione, indurita dalle fatiche e dai disagi, che abitava l'Iberia, la Gallia meridionale con l'Aquitania e le regioni occidentali dell'Italia con le sue grandi isole e, secondo alcuni, estesa anche nell'Europa occidentale fino alle isole della Gran Bretagna dove i Siluri del Galles, ricordati da Tacito come venuti dall'Iberia, i Gaeli d'Islanda e i Loegrini dello Yorkshire, i Bretoni della Francia, hanno una rara analogia fisica, in parte anche morale, con quell'antichissima stirpe che, col nome complessivo di iberica, comprendeva numerosi popoli e tribù dell'Europa occidentale-meridionale, fra cui i Liguri, gli Aquitani, i Tartessi, i Sicani, i Cuneti e molti altri. Pur avendo ciascuno la propria individualità più o meno distinta, questi popoli parlavano però dialetti di una stessa lingua e appartenevano tutti etnograficamente alla grande famiglia iberica alla quale, se gli antichi scrittori già assegnavano vasti confini nei tempi anteriori alle invasioni ariane, furono poi superati dai moderni, molti dei quali attribuirono agli Iberi la fondazione di un antichissimo impero nell'Europa occidentale i cui limiti, dall'Atlantico all'Adriatico e al Reno, comprendevano a Nord le isole Britanniche con buona parte della Gallia. In questa ipotesi, che non manca di qualche fondamento, le espressioni di Eschilo, che l'Eridano scorre nell'Iberia e il Rodano è un fiume iberico, considerate come erronee da Plinio, sarebbero anzi un indizio prezioso della vastità della dominazione o almeno prevalenza iberica nel periodo della sua maggior floridezza. Perché il grande Poeta si riferiva evidentemente alle vecchie tradizioni che nel VI secolo a.C. correvano sulle principali divisioni politico-geografiche dell'Occidente, che era regione quasi del tutto ignota agli scrittori greci; divisioni che, nei secoli successivi, dovettero necessariamente subire cambiamenti notevoli di estensione e di confini. L'Iberia stessa, ad esempio, ebbe nelle diverse epoche significati geografici molto diversi, ristretti da prima ad una parte della Spagna ad occidente della penisola ligustica, appellativo antichissimo della penisola iberica, perché abitata in parte dai Liguri, secondo Eratostene (sec. III a.C.), uno dei più grandi luminari della scuola alessandrina, fondatore della geografia sistematica e il primo che raccogliesse in un'opera tutte le principali cognizioni geografiche del suo secolo. Ma in tempi ancora antichi gli Iberi, che abitavano fra l'Anas ed il Betis (Guadiana e Guadalquivir), tra cui scorreva anticamente un piccolo fiume, chiamato Ibero, prevalsero successivamente su tutti i popoli della penisola alla quale diedero il proprio nome che si estese anche oltre i Pirenei nella Gallia meridionale e, nell'interno della Gallia, fin verso l'Elvezia, compreso il territorio dei Liguri transalpini. Ancora nel IV secolo a.C., i confini orientali dell'Iberia erano segnati dal Rodano: dalla città di Emporium, di origine ellenica (oggi Ampurias), in Spagna fino al Rodano abitavano gli Iberi mescolati ai Liguri. E solamente in tempi posteriori si ridusse a significare la penisola spagnola entro i suoi limiti naturali, che furono sempre i Pirenei ed il mare. Un simile progressivo allargarsi del significato geografico di un popolo e di una regione circoscritta da confini naturali avvenne anche in Italia, dove questo nome anticamente indicava appena il paese dei Bruzi con parte della Lucania, poco più che le Calabrie attuali, fra il golfo di Taranto e quello di Posidonia, e non cominciò a significare l'intera penisola che nel VII e VIII secolo di Roma verso il principio dell'Era volgare.
Gli antichi geografi concordano nel considerare l'Iberia come un territorio fertilissimo: ma sull'etnografia degli Iberi hanno a lungo disputato storici, antropologi e filologi che professavano e molti ancora professano teorie ed opinioni del tutto contrarie su questo punto, su cui non era facile emettere un giudizio prima della metà del secolo scorso. Perciò agli antichi Greci, attraverso i quali ci sono pervenute le prime notizie sulle genti iberiche, in generale l'occidente d'Europa era poco noto ancora nel III e II secolo a.C.; e i Romani, che più tardi ci fecero conoscere la parte occidentale dell'Europa, non varcarono l'Ebro prima del VI secolo della città (517 d. R.), e non cominciarono ad occuparsene che nel secondo prima dell'era volgare, quando già la nazione iberica era stata da tempo smembrata da Fenici, Cartaginesi, Celti e dai Romani stessi che non si curavano di ciò che riguardava la cultura dei popoli vinti e tanto meno d'investigare da dove fossero venuti e a quale stirpe appartenessero. Gli esempi di Giulio Cesare e di Tacito sono una vera eccezione. E di fatto le notizie che gli scrittori ci hanno lasciato sulle origini degli Iberi sono scarse e ciò che della loro lingua ci è pervenuto si riduce a brevissime iscrizioni non ancora decifrate, a nomi propri di luoghi, fiumi, città e a leggende di medaglie e dì monete; documenti rari che potranno tuttavia essere accresciuti con una analisi diligente e con lo studio di indirizzo scientifico dei dialetti spagnoli e francesi parlati nelle regioni vicine alle basche, specialmente fra i montanari dei Pirenei occidentali, e con molta attenzione anche ai dialetti della Liguria, della Corsica e della Sardegna. Vi sono iscrizioni in idioma e caratteri iberici, altre in lingua greca con lettere iberiche, che hanno aiutato a rimettere insieme l'alfabeto iberico, ma finora non ci hanno consentito di farci conoscere il vero carattere della lingua. Quell'alfabeto ha l'aspetto del Fenicio, che è quello di quasi tutti gli alfabeti dell'occidente antico e moderno. Contiene tutte le lettere dell'alfabeto fenicio, tranne il "theta" che vi è surrogato da un altro segno, e si scrive da destra a sinistra: ma è meno semplice del Fenicio e meno preciso, perché parecchie lettere hanno più di una configurazione e una stessa lettera è rappresentata da segni diversi. Inoltre, i nomi iberici presentavano grandi difficoltà di interpretazione e di pronuncia per gli stranieri: il geografo Pomponio Mela ci avvisa che ciò accadeva anche ai Romani rispetto a parecchi vocaboli e nomi dei Cantabri, ramo degli Iberi, impossibili ad essere pronunciati correttamente; per cui non possiamo riporre troppa fiducia nella veridicità dei nomi iberici come li troviamo negli scrittori greci e romani che spesso li sfigurarono in modo singolare, la cui pronuncia era per essi difficile fino a fare Hiempsal da Hacambal, Hamilcar da Abdmileart, ecc.
Ma i progressi che sono stati fatti dall'antropologia e dalla filologia comparate e che, adoperati con moderazione e prudenza, sono di grande aiuto nelle ricerche etnografiche, se non ci hanno ancora portato a conclusioni assolute sull'etnografia degli Iberi e sulla loro patria primitiva, ci hanno permesso però di accertare alcuni fatti della massima importanza fra cui, dal lato filologico, sono notevoli:
- che la lingua basca, o eskuara, se non è e non può essere propriamente l'antico idioma parlato ab antico dagli Iberi, conservatosi più o meno alterato in alcune regioni dei Pirenei occidentali, si può tuttavia affermare che ha con quello una incontestabile e strettissima parentela e appartiene alla famiglia delle lingue iberiche che dominarono largamente nelle regioni occidentali e meridionali della vecchia Europa, delle quali il Basco o eskuaro è l'ultimo e più sincero rappresentante;
- che questo idioma, e per conseguenza l'ibero, non ha lingue sorelle nel continente europeo.
Da dove sono venuti gli Iberi nell'Europa meridionale occidentale, e a quale famiglia di popoli appartengono, e quali rami della nazione iberica si sono stabiliti in Italia?
Se gli Iberi fossero così chiamati dal fiumiciattolo "Ibero" nella Spagna meridionale, sul quale pare che anticamente abitassero fra la Guadiana e il Guadalquivir, fra i Cuneti ed i Tartessi, e avessero dato poi essi stessi quel nome al maggior fiume dell'Iberia (Ebro), o derivasse l'appellativo dalla natura del luogo stesso che occupavano, non si potrebbe affermare con certezza. Una cosa però pare abbastanza accertata: che in origine gli Iberi non erano che uno dei molti popoli della penisola spagnola, fra cui i Cuneti del bacino dell'Anas e del Guadalquivir, i Tartessi, i Kemsi o Scempsi, Vasconi, Sicani e Liguri, con molti altri di stirpe più o meno affine, ricordati dagli antichi scrittori e indicati come di medesima stirpe da Erodoto, benché con vari nomi sui quali prevalse quello d'Iberi che diventò comune a tutti, anche a quelli che emigrarono dalla penisola e conservarono in altre sedi la loro autonomia e il loro nome, come certamente i Sicani, e di essi molto più noti e potenti i Liguri. Questo estendersi del nome di un popolo a quello di un'intera regione è un fatto ordinario nei tempi antichi e moderni. Gli Itali, gli Elleni, gli Alemanni e i Franchi, che inizialmente non erano che piccola parte degli abitanti delle regioni italiche, elleniche, alemanne e francesi, finirono per imporre il loro nome all'intero territorio.
Ma gli Iberi non tardarono ad oltrepassarne i confini, come conquistatori o emigranti armati, seppure questo espandersi delle stirpi iberiche oltre i Pirenei non fu contemporaneo alla loro prima venuta nella penisola stessa. Inviarono colonie in alcune della grandi isole del bacino occidentale del Mediterraneo, come in Corsica e in Sardegna, dove la loro presenza è confermata dagli scrittori antichi, e si estesero nella Gallia meridionale occidentale, ad oriente fino all'Italia coi Liguri, Siculi e Sicani, e ad occidente fino all'Inghilterra dove, nell'attuale Galles, si stabilirono i Siluri, di stirpe iberica secondo l'opinione di Tacito. Quindi non mancherebbe di ragionevole fondamento sostenere l'esistenza di un "impero" iberico antichissimo nell'Europa occidentale, attribuendovi però un significato essenzialmente etnografico e non schiettamente politico, non essendo probabile una dominazione regolare di nessuna nazione su una così vasta estensione di territorio in età tanto remota e anteriore alla venuta delle genti ariane in Europa. E benché per scarsità di notizie ignoriamo la durata e le vicende della prevalenza iberica nella Gallia occidentale meridionale, possiamo però affermare che, nel IV secolo a.C., la costa della Spagna, dalle Colonne d'Ercole ad Emporium o Emporiae (ora Ampurias, a Ovest del Capo Creux, termine dei Pirenei orientali), abitavano e dominavano esclusivamente popoli iberici anche di nome. Da Emporium al Rodano coesistevano pacificamente Iberi e Liguri e dal Rodano alle Alpi marittime il paese era in mano ai soli Liguri, qui stanziati da secoli e padroni della regione italica da essi chiamata Liguria. Ma col prevalere dei Celti in tutta la Gallia, gli Iberi e i Liguri ne vennero successivamente espulsi, i primi respinti nei limiti naturali della penisola Iberica, i secondi in quelli della penisola Italica, eccetto alcune tribù, fra cui i Deciati e gli Oxibii, che si mantennero indipendenti nella Gallia occidentale fino alla conquista dei Romani. I Celti passarono anche nella penisola iberica, dove alcune loro tribù, mescolandosi agli Iberi, diedero origine ai Celtiberi.
Queste due nazioni, però, non avevano fra loro alcuna comunanza o analogia d'origine, differendo radicalmente per lingua, per caratteri fisici e per consuetudini. È una distinzione capitale già fatta da Giulio Cesare rispetto agli Aquitani, frazione innegabile degli Iberi, ed accertata dai progressi della filologia e dell'antropologia comparata. Ed è confermato anche dal fatto che gli Iberi compaiono nelle condizioni dell'età della pietra, mentre i Celti e gli Ariani, alla loro venuta in occidente, già conoscevano l'uso dei metalli e avevano superato quel primo periodo che era stato comune a tutte le nazioni. E, di fatto, la descrizione che degli Iberi ci hanno lasciato gli scrittori antichi differisce radicalmente da quella dei Celti loro vicini e principali nemici, e dal concetto che a noi è rimasto degli Italo-Greci e dalle altre genti ariane della vecchia Europa. Orgogliosi per indole e accortissimi, chiusi e diffidenti, gli Iberi si distinguevano per sobrietà e frugalità, al punto che bevevano acqua e mangiavano una sola volta al giorno. Induriti dalle fatiche e dai disagi, disprezzavano la morte e il dolore: neppure la tortura serviva a strappare loro una confessione forzata, preferivano morire fra atroci tormenti piuttosto che tradire il segreto loro affidato. Agilissimi, camminatori instancabili e veloci, spiriti irrequieti e bellicosi, preferivano la guerra alla pace, andavano alla battaglia come ad una festa e incontravano la morte impavidi. Consideravano non solo lecito ma onorevole il brigantaggio e solamente quando vennero a contatto con gli stranieri, specialmente con i Romani, i loro costumi si ammollirono e il carattere degenerò.
Né sembra più fondata l'opinione dell'origine turanica degli Iberi poiché, tralasciando le differenze filologiche e antropologiche esistenti fra i due tipi, che sono abbastanza notevoli, vediamo che i Turanici si dileguarono dinanzi alle invasioni degli ariani dai quali si lasciarono assimilare o distruggere con grande facilità, o respingere in piccoli gruppi nelle regioni più settentrionali dell'Europa, dove sopravvivevano nelle misere condizioni dell'età della pietra nel primo secolo dell'era volgare e dove ancora non molto tempo fa' i Lapponi, che ne sono una reliquia genuina, vegetavano in uno stato deplorevole di abbrutimento e impotenza; mentre le genti iberiche, al contrario, conseguirono nel mondo antico una vasta dominazione e sostennero con le stirpi ariane, specialmente con quelle celtiche e italiche, una lotta di molti secoli così accanita ed implacabile che solo nella diversità di razza poteva trovare ragione e alimento.
Nulla fa pensare, poi, che gli Iberi avessero istituzioni religiose e classe sacerdotale prevalente, come ad esempio i Druidi.
I colpi più gravi la nazionalità iberica li ebbe, nella penisola, non dai Celti ma dai Fenici, dai Cartaginesi e dai Romani, e nell'età di mezzo dai Visigoti e dai Mori, che esercitarono un'azione deleteria alla quale si sottrassero a stento i Baschi nelle province che da loro presero il nome.
Quanto all'origine etnografica degli Iberi, alle conclusioni negative adottate rispetto ai Baschi, loro ultimi legittimi rappresentanti, al non avere sul continente europeo fratelli di stirpe né di lingua, al capire da dove siano giunti, aggiungerò alcune indicazioni che porteranno forse un po' di luce.
Le notizie che sull'etnografia e sulla primitiva patria dei popoli ci hanno lasciato gli antichi hanno quasi sempre poca importanza quando non siano confermate dai progressi della filologia e antropologia comparata, certamente il criterio meno incerto nelle ricerche sulle origini dei popoli, le cui emigrazioni sono sempre un punto molto oscuro nella storia del mondo antico. Perché gli scrittori antichi, dovunque trovavano società politiche stabilite in un paese da lungo tempo, tendevano a considerarle come autoctone. In ordine alle sedi primitive degli Iberi, con cui i Greci non vennero in contatto prima del VII secolo a. C. per mezzo dei Focesi e di cui conobbero il nome dai Fenici certamente dopo il nono, nulla ci hanno tramandato gli antichi scrittori, tranne un cenno di M.T.Varrone dal quale apprendiamo che si recarono in Spagna da altre contrade, senza però dircene il nome.
Gli studiosi moderni, prendendo per base indiscussa l'unità del genere umano e il fatto delle grandi migrazioni di popoli da oriente in occidente nell'età storica, che sembrano confermare la narrazione mosaica, non hanno mai posto in dubbio l'origine asiatica degli Iberi, osservando però che le due nazioni (iberica e asiatica) differivano radicalmente nella lingua e nei costumi, in cui gli Asiatici si accostavano ai Persiani, mentre ne classificano il linguaggio nella famiglia ariana. E proseguendo con analogo ragionamento, che i popoli maggiormente avanzatisi verso occidente dovevano anche essere stati i primi a partire dall'Asia, hanno inventato un ordine cronologico e geografico di immigrazioni in cui gli Iberi precedono, gli Italo-greci, i Celti, i Germani e gli Slavi seguono; disposizione che a primo aspetto sembrerebbe corrispondere all'etnografia geografica dell'Europa attuale, mentre altri illustri filologi ne propongono una alquanto diversa, con maggior fondamento.
Lo stato attuale della scienza non è in grado di accertare in quale zona del nostro globo abbia avuto origine l'esistenza del genere umano, anche se si propende per un'origine africana; secondariamente, pur ammettendo l'altipiano dell'Asia come la culla del genere umano, e per conseguenza anche degli Iberi, non ne conseguirebbe ancora che gli Iberi siano stati i primi a muoversi verso occidente e non siano arrivati nella penisola spagnola per altra via. Perché gli ostacoli di varia natura, che sul loro cammino dovevano necessariamente incontrare i popoli durante le migrazioni, poterono, anzi dovettero spesso farli deviare, fermare e cambiare tragitto al loro viaggio, sicché i primi partiti dall'Asia non furono sempre quelli che occuparono le regioni più occidentali dell'Europa. A confermare l'origine "anariana" e "non-semitica" degli Iberi concorre anche l'osservazione che nei Veda e nella letteratura vedica in generale non si accenna mai al nome degli Iberi, come non ve ne è menzione nel Genesi e nell'Avesta: perché far derivare il nome di Iberi da Eber e da Thubal, come fanno Ewald e Knöbel, mi sembra supposizione destituita di solido fondamento.
A conclusioni analoghe sulla patria primitiva degli Iberi conduce la teoria delle origini africane, secondo cui il passaggio delle stirpi iberiche nella penisola iberica sarebbe avvenuto direttamente dall'Africa settentrionale, e gli Iberi sono considerati come identici ai Libi e Rebu delle iscrizioni egiziane, nelle quali vengono ricordati come popoli vinti sotto la prima dinastia e come ribelli sotto la terza; ciò che farebbe risalire la loro esistenza politica, dai confini dell'impero dei Faraoni alle colonne d'Ercole, a più dì 40 secoli a.C. Gli ultimi scrittori di cose iberiche di maggior fama reputano che questi Libi o Rebu siano i progenitori dei Berberi attuali, che nell'età della pietra abitavano le caverne della Betica e della Lusitania, da cui si estesero all'intera penisola ed oltre ancora col nome di Iberi, Liguri, Sicani, Siluri. Assoggettati poi dalle razze ariane e specialmente dai Celti, vennero da un lato respinti nei confini naturali della penisola, dove si mantennero prevalenti contro i Celti, mescolandosi con essi in parecchie regioni: da ciò il nome di Celtiberia e di Celtiberi, che indicano la fusione dei due popoli; mentre, dall'altro, quei Celti stessi respinsero i Liguri oltre il Rodano, mescolandovisi nella Celto-Liguria, e rimanendo prevalenti in tutta la Gallia. Se poi gli Iberi passassero dall'Africa nella penisola spagnola per mare o per terra in un'era in cui lo stretto di Gibilterra non esisteva ancora, e l'Europa e l'Africa non erano disgiunte, come pensano alcuni studiosi, poco importa alla soluzione del nostro quesito: poiché le relazioni e i passaggi di popoli dall'Africa settentrionale alla Penisola spagnola e alle grandi isole del bacino occidentale del Mediterraneo e alle coste dell'Italia, sono fatti storici noti. Per questo le analogie di varia natura tra l'Africa berbera e la Spagna, specialmente nei nomi delle città e della combinazione degli stessi con sillabe successive, come si è prima accennato, sono così numerose ed evidenti da doverne necessariamente dedurre una stretta parentela fra gli antichi abitanti delle due contrade.
Per inciso ricordiamo che la penisola spagnola anticamente veniva chiamata anche "ligustica" dal nome dei Liguri o Ligusi, che furono uno dei popoli più potenti della penisola iberica dalla quale però finirono con l'andarsene definitivamente, preceduti da altre genti della stessa stirpe, di cui diremo fra breve.
In base a quanto detto finora, possiamo affermare che Baschi, Iberi o Liguri che dir si voglia non hanno nulla in comune con gli Ariani né coi Turanici dell'Europa, né coi Semiti: appartengono a un altro tipo e generazione di uomini che, secondo le più probabili indicazioni, vennero dall'Africa; il che non contraddice per nulla la dottrina dell'unità d'origine del genere umano. Nelle loro nuove sedi furono poi assaliti da ogni parte, nella Spagna dai Semiti (Fenici e Cartaginesi) e dai Celti, i quali però non prevalsero mai sul grosso della nazione; nella Gallia dai Celti, che li espulsero quasi completamente dal territorio; e in Italia dalle stirpi italiche, greche ed etrusche con una guerra implacabile e secolare; tanto che quelli che vollero ad ogni costo conservare la loro indipendenza e autonomia si ridussero, in Iberia, nelle alte regioni dei Pirenei occidentali e in Italia vennero respinti nelle Alpi marittime e nell'Appennino settentrionale. Nel doppio versante di quelle zone montuose le stirpi iberiche si mantennero lungamente autonome ed indipendenti, finché vennero esse pure ingoiate nella voragine dell'unità romana, conservando però sempre un'impronta dell'antica nazionalità che perdura ancora spiccatissima nei Baschi, e in proporzioni minori anche nei Liguri.
La lingua basca o eskuara è ancora attualmente scritta e parlata da forse seicentomila individui, di cui mezzo milione all'incirca abitano le alte valli dei Pirenei occidentali nelle province spagnole di Biscaglia, Navarra, Alava e Guipiscoa chiamate perciò province basche, e poco più di centomila nelle valli pirenaiche francesi di Bayonne e Mauléon (Bassi Pirenei), dove prevaleva anticamente la lingua degli Aquitani, chiamati esplicitamente Iberi da Diodoro Siculo, e dove il dialetto guascone ha col basco od eskuaro una incontestabile affinità. I Baschi danno a se stessi il nome di "Escualdunac", e lo studio della loro lingua, quasi del tutto trascurato fino agli inizi del XIX secolo, nella sua seconda metà prese carattere e indirizzo veramente scientifico, iniziato da uno studioso tedesco, Guglielmo Humboldt, che fu il primo ad applicare con buon successo la filologia alle investigazioni etnografiche in ordine agli antichi abitatori della Spagna. La lingua basca ha un suo proprio ed esclusivo organismo che la divide dalle altre finora conosciute ed è il segno caratteristico principale che distingue il popolo basco dalle altre stirpi; per cui i filologi non si accordano nel classificarla nell'atlante etnografico e nel fornirne un giudizio. Comunque, l'originalità da tutti ammessa dell'idioma basco presenta un problema etnografico che finora nessuno è riuscito a risolvere in termini accettabili: poiché alcuni la ritengono una lingua turanica ed ugro-finnica, teoria attualmente abbandonata, quantunque Max Müller considerasse il basco come vero tipo di una lingua turanica.
L'origine europea è propugnata da valenti filologi che vorrebbero gli Iberi dell'Europa identici di stirpe a quelli del Caucaso, ma la difendono senza troppa forza per la differenza radicale della loro lingua e dei costumi già osservata dagli antichi e della nessuna analogia fra i due popoli nei nomi geografici.
Né mancano sostenitori dell'origine semitica, ristretta però ai Baschi, che pretendono di dimostrare di essere una reliquia di antica colonia fenicia rappresentata specialmente dai Cantabri, di cui gli Euskari sarebbero discendenti, opinione appoggiata a troppo deboli argomenti e generalmente respinta.
L'affinità del basco con alcune lingue americane trova partigiani fra gli studiosi moderni, fra cui Withney che trova nel basco una lingua interamente distinta e problematica (wolly isolated and problematic langue), rimanenza dell'idioma di una stirpe antichissima aborigena, e richiama l'attenzione degli studiosi sulle analogie dello stesso con le lingue americane; analogie riconosciute numerose già da Humboldt, ma non ancora di tale importanza e natura da ammetterle quale criterio certo per classificare quelle lingue nella stessa famiglia. Una analoga teoria si collega strettamente con quella dell'origine africana degli Iberi che abbiamo prima esaminato. Basterà per ora tenere come un fatto incontestabile che, discordi filologi ed antropologi nella classificazione del basco, concordano però nella conclusione negativa: che non ci sia nel continente alcun altro idioma che possa considerarsi come fratello dell'euskaro; perciò non rimane che attendere la soluzione definitiva di questo singolare problema etnografico e filologico dai successivi progressi della scienza. Ma questo non presenta così leggere difficoltà, come sembra ad alcuni filologi, troppo disposti a congetturare e sostenere la comunanza di origine di due popoli da poche analogie della loro lingua, mentre si dovrebbe, all'opposto, procedere con gran cautela per non cadere in gravi e spesso gravissimi errori. Perché non solo è provato che le affinità di due idiomi non sono sempre argomento sicuro dell'origine comune dei popoli che li parlavano o li parlano, ma è nella natura stessa del linguaggio, nel suo triplice stadio monosillabico, agglutinativo o agglomerante e flessivo, che si deve spesso seguire un procedimento analogo e quasi parallelo nell'apposizione delle particelle e delle parole e in altre particolarità della struttura grammaticale, senza che per questo si possa affermare che quegli idiomi vengano dalla stessa fonte ed appartengano alla stessa famiglia; essendo un fatto acquisito che popoli che mai ebbero comunicazioni fra loro possono accordarsi e talora si accordano in alcune regole essenziali delle loro lingue, conseguenza quasi necessaria in alcuni casi del processo dei linguaggi nel triplice periodo progressivo della loro evoluzione, dallo stadio monosillabico, che è il più imperfetto, allo stadio flessivo che ne segna il maggiore perfezionamento. Ci abbondano a questo proposito gli esempi di popoli che hanno cambiato anche più d'una volta la loro lingua; ciò che fra le nazioni e le tribù prive della scrittura avviene con grande facilità e in breve lasso di tempo, come racconta Livingstone nei suoi viaggi nell'interno dell'Africa meridionale dove, tornato dopo otto o dieci anni presso la stessa tribù, ne trovò la lingua radicalmente cambiata. Un fatto analogo accade anche, benché più raramente ed in più lungo spazio di tempo, fra i popoli più civilizzati e presso i quali è in uso la scrittura: è una osservazione già fatta da G.Niebuhr nelle sue lezioni di storia antica in cui ricorda che in Andalusia il latino, notissimo sotto i Romani e i Visigoti, in meno di un secolo scomparve senza lasciar traccia sotto gli Arabi che l'avevano proibito pena la morte; ricorda anche che, nella città di Cesarea di Siria, la lingua greca, parlata e scritta dai cristiani ancora nel secolo XVIII dell'era volgare, dopo mezzo secolo non v'era più nessuno che la sapesse parlare, perché un pascià turco ne aveva proibito l'uso. In Germania, la lingua venda si dileguò con gran facilità e senza apparente motivo in molte province. In Sicilia, in cui al tempo della invasione dei Saraceni si parlava greco, e si pubblicavano in greco le leggi e i decreti ancora sotto Federico II nel secolo XIII, d'allora in poi scomparve interamente dall'uso. I Franchi, Borgognoni e Normanni, benché di origine schiettamente germanica, in Francia adottarono un dialetto della famiglia neo-latina; e quegli stessi Normanni, passati in Inghilterra dopo due secoli, vi portarono un dialetto francese al quale avrebbero rinunciato qualche secolo dopo per assumere la lingua dei vinti; stessa cosa avvenne anche nell'Italia meridionale dove fondarono il regno di Napoli e delle Due Sicilie. Ciò appare ancora più evidente nell'esempio della Grecia moderna: nella quale, nel Medio Evo, penetrarono così numerosi gli Slavi che nel secolo VIII dell'era volgare si chiamava generalmente terra slavica o degli Slavi, divenuti prevalenti. Ma i vinti, incomparabilmente più civili dei vincitori, imposero ai vincitori la propria lingua e ne nacque il greco-moderno che diventò la lingua dell'intera nazione. E quantunque i filologi riescano spesso a distinguere nettamente, nel nuovo idioma adottato, le parole e alcune forme grammaticali di quello antico, non riescono comunque a distinguere la diversa origine etnografica dei discendenti di quelli che lo parlavano, per via della fusione dei due popoli e specialmente per l'azione efficacissima del "milieux" sugli abitanti di un dato paese, per cui i nuovi venuti tendono naturalmente ad avvicinarsi al tipo nazionale prevalente; fatto, questo, di cui abbondano gli esempi nei tempi antichi e moderni.
È poi fuori discussione che il basco conserva un carattere di spiccatissima individualità, benché vi sia stato introdotto un gran numero di parole dal latino e dalle lingue romanze, le prime durante la dominazione romana e con l'introduzione del cristianesimo, come appare in modo evidente dagli scritti religiosi e dalle preghiere, come ad esempio nelle Litanie Lauretane e più ancora nel Dizionario di Chao, basco di sangue purissimo e ammiratore entusiasta della sua lingua; mentre le seconde vi penetrarono dalle confinanti regioni spagnole, francesi e provenzali, che a loro volta assunsero non pochi vocaboli dalla lingua basca stessa. Ma ormai questo misterioso idioma viene assalito con lenta e continua efficacia nelle sue trincee e nella fortezza delle sue montagne, sicché se ne deve prevedere una non lontana dissoluzione se i Baschi non si adopereranno concordi e risoluti a tenerlo in vita e infondergli nuovo vigore. Poiché concorrono a suo danno molte circostanze: nuoce a quell'idioma la ripartizione stessa dei Baschi in due società politiche, separate da limiti naturali e dipendenti da due diversi stati che differiscono nelle consuetudini, nell'etnografia, nella cultura e nella lingua, divisa essa stessa in parecchi dialetti, di cui alcuni così diversi fra loro che gli abitanti dei distretti, un po' lontani gli uni dagli altri, non si comprendono reciprocamente senza difficoltà. Molte famiglie hanno ormai rinunciato alla lingua basca per quella francese, specialmente nelle pianure, per cui ci sono grandi centri, baschi di origine e di nome, come Bayonne e Biarritz ad esempio, dove il basco non è più parlato che dagli uomini e dalle donne delle campagne; dunque, il numero dei Baschi che parlano ancora la lingua nazionale si viene sempre più assottigliando e non è facile segnarne i limiti geografici. Nelle province basche spagnole, la situazione è ancora più grave per via dell'avversione che, per considerazioni essenzialmente politiche, gli Spagnoli nutrono nei confronti dei Baschi, e viceversa; e per le quali, fino a non molto tempo fa', non solo non si permetteva nelle scuole pubbliche l'insegnamento di quella lingua ed in quella lingua, ma si punivano gli allievi che nei loro compiti usavano vocaboli baschi; e si mirava direttamente non solo a far dimenticare la lingua, ma anche a distruggere gradualmente il carattere nazionale dei Baschi ed assimilarli in tutto al gran corpo politico della nazione spagnola.
Questi fatti hanno provocato in questi ultimi anni una salutare reazione letteraria nei patrioti di puro sangue basco; sicché si sono venute creando associazioni, giornali e riviste, pubblicazioni di prose e poesie di argomento nazionalistico e in lingua euskara. Si sono compilati dizionari e grammatiche con lo scopo di far rifiorire la lingua. Dunque, il popolo basco, diverso di stirpe, di lingua, d'indole e di consuetudini dalle genti confinanti, benché nell'arco di tanti secoli non abbia potuto conservare intatte le caratteristiche dell'antico tipo iberico e attualmente vi siano fra i Baschi brachicefali e dolicocefali, biondi e bruni, e si noti più di una differenza fisiologica fra gli abitatori dei monti e quelli del piano, specialmente della regione costiera che formano un bellissimo tipo, ciò non di meno presentano sempre in generale un "tipo" particolare, distinto da quello dei vicini, anzi dagli altri europei e hanno mantenuto integra la loro personalità, le loro consuetudini peculiari ed esclusive; per cui si può affermare, anche da questo lato, che sul continente europeo non hanno fratelli. Essi sono, forse per caso, l'unico popolo al di qua del Reno e del Danubio che si mantenne indipendente da Roma fino ad Augusto e, di fatto, anche dopo Augusto che si accontentò che ne riconoscessero nominalmente la dominazione. Unica vera reliquia degli antichi Iberi ed esempio raro di popolo antichissimo che abbia conservato nella quasi integrità la sua lingua e la sua nazionalità attraverso i secoli e l'infuriare e il rinnovarsi delle invasioni cananee, cartaginesi, celtiche, romane, gotiche, vandaliche, arabe, moresche e francesi che spazzarono la penisola iberica e ne cambiarono più volte radicalmente le condizioni politiche, civili e religiose. Certamente furono efficacemente aiutati in questo dal carattere geografico della loro terra, irta di altissimi monti, e dalla natura tempestosa del mare sulle inospitali coste del Golfo di Vizcaia, che favorivano il loro isolamento e la conservazione della propria indipendenza dalle nazioni confinanti; concorse anche a questo risultato la povertà stessa del suolo, sufficiente ad alimentare una popolazione indigena sobria e frugale, non ad invitare gli stranieri alla conquista. E per questo non andarono soggetti a quei numerosi e violenti sommovimenti interni ed invasioni straniere degli altri popoli iberici: non furono quasi per nulla toccati da riforme e lotte religiose, perché il carattere monoteistico delle loro antichissime credenze agevolò l'introduzione e il consolidamento del cristianesimo, al quale si sono mantenuti sempre fedeli; fatto questo reso più facile dall'austerità dei costumi, comune agli antichi Iberi e conservatasi quasi universalmente fra i Baschi anche nelle età successive.
Non si può tuttavia nascondere che quel loro isolamento e la loro vita quasi patriarcale di molti secoli nocquero allo svolgimento della loro cultura letteraria e della loro civilizzazione. E benché forniti di ingegno vivace e di sentimento poetico squisito, specie nella poesia popolare, nella quale si distinguono ancora oggi nelle solennità pubbliche e private con improvvisate composizioni, è però un fatto che non possono gloriarsi di grandi poeti, eccettuato il solo Ercilla, l'autore dello splendido poema dell'Araucana. Ma se le loro non numerose scritture di vario genere non uguagliano quelle delle altre nazioni per altezze di concetto, potenza d'immagini ed eleganza di forma, le superano certamente per la singolare e squisita moralità, esempio forse unico nella letteratura antica e moderna.
Divisi per cantoni nell'amministrazione interna, tutti uniti nelle relazioni coi vicini, tenevano le loro adunanze all'aria aperta all'ombra di querce secolari, alle quali partecipavano con diritto di voto uomini e donne, donne che erano tenute in grande considerazione. Contenti del loro stato e delle loro consuetudini, non si immischiavano nelle cose dei popoli confinanti e non permettevano che questi si occupassero delle loro. Di carattere energico, costante fino all'ostinatezza, indomiti contro la violenza, impavidi della morte che preferivano alla servitù per sottrarsi alla quale gli antichi Cantabri, progenitori di una parte dei Baschi, uccidevano se stessi e i propri figli. Strabone ammira la fermezza e pervicacia d'animo di questi Cantabri che, messi in croce dai vincitori, non solo non si lamentavano, ma intonavano i loro canti: ciò che avveniva di rado, per la verità, poiché portavano sempre con sé un potente veleno, preparato dalle loro donne, col quale sottrarsi alla schiavitù. Fra i Cantabri le donne godevano di molta considerazione, come ancora attualmente fra i Baschi, esempio raro nell'antichità, e avevano, tra l'altro, il privilegio di ereditare i beni delle madri alle quali apparteneva di diritto la dote fatta loro dai mariti, ed era nelle loro attribuzioni dare moglie ai fratelli: due fatti che Strabone non trova troppo lodevoli. Erano comunque un popolo di indole allegra sicché, mentre Consalvo, il gran capitano, usava dire che fosse più facile domare un leone che un basco, Voltaire chiamava i Baschi "un petit peuple qui saute et qui danse au haut des Pyrénées " (un piccolo popolo che salta e danza sulle vette dei Pirenei).
Sarebbe senza dubbio doloroso e sconsolante vedere scomparire un popolo che è l'ultimo rappresentante della più antica nazione dell'Occidente, distinto da ogni altro della vecchia Europa per lingua, tradizioni e costumi, alcuni dei quali, mantenutisi nelle province basche fino ai giorni nostri, hanno qualche cosa di veramente singolare e di simpatico. Sventuratamente, se la reazione letteraria prima accennata non riesce a conservare e a far rifiorire la lingua, è prevedibile che, in capo a non molti anni, della nazionalità basca non rimarrà che la memoria e della sua lingua non resteranno che i dizionari e le grammatiche, pochi canti nazionali, commedie e tragedie moderne.
Rispetto comunque all'identità etnografica e alla provenienza diretta dei Baschi dagli Iberi, è dalla grande maggioranza degli studiosi considerata come un fatto acquisito alla scienza, benché certamente non manchino scrittori che non ne sono del tutto persuasi.
Non è un'opinione nuova, forse esagerata da alcuni, incontestabile però nella sostanza: "Vasco y Ibero es todo uno " è divenuto un proverbio etnografico fra gli Escalduni.
Con questa prima parte, che riguarda specificamente le stirpi iberiche vissute fuori della nostra penisola, rimane aperta e spianata la via per trattare di quei gruppi che vennero a stabilirsi in Italia, coi nomi di Sicani e Liguri.
L'oggetto del presente lavoro è costituito dalla storia e dalle tradizioni, soprattutto dei Liguri, che più interessano gli abitanti delle province liguri che ne sono i discendenti, benché non poco alterati dal contatto secolare e continuo coi popoli ariani, soprattutto coi Celti, prima e dopo la conquista romana.
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